#opengaza

Gaza, a due anni dalla guerra

venerdì 08 luglio 2016 ore 11:04

Sono passati due anni esatti dall’inizio dell’ultima guerra a Gaza, era l’8 luglio 2014, eppure nella striscia è cambiato veramente poco. Resta la paura, restano le macerie e le precarie condizioni di vita. “C’è una crisi umanitaria permanente a causa dell’assedio – racconta Gianni Toma, del Cospe – e Israele continua a sigillare il territorio, impedendo non solo il passaggio dei cittadini, ma anche di merci e materiali da costruzione”. Cemento, mattoni, ferro e attrezzi edili sono necessari come lo sono medicinali e rifornimenti alimentari, perché sono ancora 10mila le case distrutte. Solo mille ne sono state ricostruite, meno del 10% di quelle bombardate durante l’operazione margine protettivo. “Ci sono più di 75.000 palestinesi che non hanno ancora una casa in cui tornare ed è già il secondo inverno che vivono in queste condizioni precarie – ha aggiunto Toma.

Ecco perché il Cospe ha rilanciato la campagna #OpenGaza promossa da AIDA, un’associazione che raccoglie le maggiori ong internazionali, per chiedere a Israele di fermare il blocco e consentire a Gaza di tornare a respirare. “L’embargo sta ostacolando la ricostruzione – ha spiegato ancora Toma – e sta impedendo che i palestinesi di Gaza possano lasciarsi alle spalle anni di guerre”. Solo nell’ultima, durata 52 giorni, sono morti più di 2.200 palestinesi, di cui 1.462 civili, un terzo dei quali bambini.

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Chi non è morto, ha subìto grossi traumi e ora vive le pesanti ripercussioni dello stress post traumatico. Di questo disturbo soffrono sempre più persone ed è diventata una vera emergenza sanitaria tanto che il Cospe si è impegnato per aiutare a risolvere il problema. “La nostra organizzazione collabora con gruppi locali in progetti di sostegno socio-psicologico – ha spiegato Gianni Toma – per insegnare a gestire l’ansia e gli attacchi di panico, ma c’è molto da fare”. A Gaza l’80% della popolazione dipende dagli aiuti umanitari e la disoccupazione supera il 40%, è la più alta al mondo. I ragazzi non studiano più e i bambini vanno poco a scuola, perché durante l’operazione margine protettivo ne sono state distrutte 250. Attualmente ne funzionano solo 400 in tutta la Striscia e gli insegnanti, che tra l’altro non vengono pagati da mesi, fanno tre turni al giorno, per consentire a tutti di seguire le lezioni.”E’ necessario intervenire, perché non si può continuare a fare assistenza per sempre”, ha poi detto Toma.

A due anni dal conflitto, dunque, il Cospe, insieme a tutte le altre ong e associazioni presenti sul posto chiedono ai leader mondiali di tenere fede ai loro impegni e di fare pressioni politiche per la fine immediata del blocco. Ecco perché è stato lanciato un appello internazionale già sottoscritto da oltre 600.000 persone. “È compito della comunità internazionale esigere il rispetto dei diritti umani, ponendoli alla base delle relazioni commerciali e diplomatiche con lo stato di Israele” ha infine commentato Giorgio Menchini, presidente COSPE.

Un appello a cui hanno già aderito oltre 600 mila persone: 

Le organizzazioni invitano i leader mondiali a tenere fede ai loro impegni e ad esercitare pressioni politiche per la fine immediata del blocco.

Il blocco quasi decennale ha paralizzato l’economia di Gaza. Senza la capacità di esportare sui mercati esteri, l’occupazione nel settore privato è precipitata. Il tasso di disoccupazione è superiore al 40%, con un tasso di disoccupazione giovanile tra i più alti al mondo.

L’impatto del blocco sui minori è particolarmente devastante, e decine di migliaia di bambini rimangono senza casa a seguito del conflitto del 2014.

“La metà della popolazione di Gaza è composta da bambini e minori, molti dei quali ormai hanno vissuto tutta la loro vita sotto assedio, sin da quando sono nati. A centinaia di bambini che necessitano di un trattamento medico salva-vita viene impedito di lasciare Gaza. Due anni dopo, ancora non sono state affrontate le cause della loro sofferenza”, ha dichiarato Fikr Shalltoot, Direttore dei programmi a Gaza dell’organizzazione Medical Aid for Palestinians.Chris Eijkemans ribadisce che “la fine del blocco è l’unica soluzione per dare alle persone l’accesso ai servizi di base di cui hanno disperatamente bisogno, per consentire che la ricostruzione proceda veramente, e per consentire il riavvio dell’economia paralizzata nella Striscia di Gaza. Il blocco è illegale secondo il diritto internazionale e costituisce una punizione collettiva di un’intera popolazione. Solo la sua fine immediata porterà sicurezza a lungo termine per i palestinesi e gli israeliani”.

L’appello

 

Aggiornato martedì 06 dicembre 2016 ore 14:07
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