Elezioni USA

Clinton/Sanders, l’unità difficile

mercoledì 13 luglio 2016 ore 06:01

Ci sono stati gli abbracci e i sorrisi.

Ci sono state tutte le parole giuste. “Hillary Clinton ha vinto le primarie democratiche“. “Voglio fare di tutto perché Hillary Clinton sia il prossimo presidente degli Stati Uniti”. “Trump presenta proposte economiche radicali, che non soltanto peggioreranno l’ineguaglianza di redditi e di ricchezza, ma aumenteranno il debito nazionale di trilioni di dollari”.

Bernie Sanders ha dunque ufficialmente appoggiato Hillary Clinton nella corsa alla Casa Bianca, nel corso di un comizio congiunto a Portsmouth, New Hampshire.

Non era scontato. Per 14 mesi Sanders e Clinton si sono infatti affrontati in una delle battaglie politiche più dure della recente storia americana. E’ stato soprattutto Sanders ad attaccare Clinton, mostrandone i limiti di candidata espressione delle élites finanziarie, i limiti della sua proposta politica, della sua capacità di innovare, di essere una candidata davvero progressista.

Clinton ha dovuto abbozzare, inseguire, subire. Alla fine ha vinto su Sanders grazie soprattutto al suo controllo della nomenclatura e delle fonti di finanziamento democratici. Ciò non toglie che il tema dei 13 milioni di elettori che alle primarie democratiche hanno scelto Sanders – la parte più progressista dell’elettorato, quella più giovane, più delusa dalla politica USA – sia rimasto un problema aperto per il team Clinton. Come conquistare quei 13 milioni di elettori di Sanders? Come fare in modo che questi dimentichino le ruvidezze della campagna elettorale e si pieghino a votare la candidata “prigioniera di Wall Street”, come diceva proprio Sanders?

L’appoggio di Sanders dovrebbe, almeno nelle speranze dei democratici, chiudere la questione. Tra l’altro, anche la scelta del New Hampshire come luogo dell’annuncio è significativa. Il New Hampshire è uno Stato vinto da Sanders nelle passate primarie. Il New Hampshire è l’esempio di uno Stato con un’elettorato tendenzialmente progressista, giovane, indipendente, che ha scelto Sanders e che adesso, ma sempre nelle speranze dei democratici, dovrebbe finire nel campo di influenza di Clinton.

La realtà appare però, almeno a questo punto della corsa per la Casa Bianca, più complessa, sfumata, incerta, di quanto emerge dal palco dell’unità di Portsmouth. Anzitutto, l’incontro tra i due ex rivali è stato molto meno trionfale di quanto i democratici vogliano far credere. I sorrisi c’erano, sì, ma sforzati. C’erano gli abbracci, ma rigidi, costretti. Bastava poi dare un’occhiata a chi ascoltava, sotto il palco di Portsmouth, per avere il polso della situazione. Alcuni militanti di Sanders hanno pianto, all’annuncio dell’appoggio alla Clinton. Altri hanno accusato il senatore di tradimento. Altri ancora innalzavano cartelli con una scritta minacciosa: “Non voteremo per Hillary Clinton“.

I 13 milioni di elettori di Bernie Sanders non sono allora un bottino elettorale che finisce in eredità alla Clinton. Più di un anno di scontri educati ma feroci, di divisioni – su interessi, visione della società, idee – hanno lasciato il segno. Una parte, e una parte non minoritaria dell’elettorato di Bernie Sanders, continua a pensare che Hillary Clinton sia davvero la candidata “prigioniera delle élites finanziarie ed economiche”; che non sia davvero una “progressista”; che non sia la persona giusta per portare a termine quella “rivoluzione” – umana, esistenziale, ancor prima che politica – che Sanders ha per mesi promesso.

Difficile dire, ora, cosa potrà succedere. Molto dipende da quanto il team Clinton sarà disposto a concedere – e dunque, di conseguenza, quale sarà il ruolo di Bernie Sanders nel proseguio della campagna. Un primo segnale di dove vanno le cose ci sarà alla Convention di Philadelphia, che parte lunedì 25 luglio. Quando parlerà Bernie Sanders? Se parlerà il martedì (come toccò a Hillary Clinton otto anni fa) sarebbe un segno positivo; starebbe a significare che i due campi si stanno avvicinando. Se invece a Sanders toccherà di parlare il lunedì di apertura, quando l’attenzione di media e delegati è ancora piuttosto vaga, sarebbe un segno di problemi che persistono.

E poi. Quale visibilità verrà data, sempre alla Convention, ai surrogates, agli alleati di Sanders? Gente come l’ex senatrice dell’Ohio, Nina Turner, una vecchia alleata di Clinton passata al campo di Sanders. E quanto spazio verrà dato, nella scrittura della piattaforma democratica, alle idee e alle proposte politiche di Sanders? Aperture importanti nei campi della sanità e dell’educazione/università (questioni importanti per due segmenti elettorali che Sanders ha conquistato: la working-class bianca e i giovani) potrebbero portare a un coinvolgimento del senatore nella campagna di Clinton di qui a novembre.

Fatte tutte le concessioni necessarie, rispettati gli equilibri e le garanzie che i sandersiani chiedono, il ruolo del senatore del Vermont potrebbe allora essere soprattutto uno: quello di ambasciatore di Hillary Clinton nei college, nelle università, tra quel mondo giovane e progressista che l’ha appoggiato sin dagli esordi incerti, più di un anno fa, della sua campagna presidenziale.

Aggiornato giovedì 14 luglio 2016 ore 12:03
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