A Lampedusa

La mostra dei disegni dei migranti

venerdì 03 giugno 2016 ore 16:16

Shaharzad Hassan ha otto anni. È fuggita dai bombardamenti di Aleppo, in Siria. Con la sua famiglia ha passato mesi nel campo di Idomeni, in Grecia. I suoi disegni a pennarello raccontano, fermandoli su un foglio, ricordi, momenti di dolore, di paura e di speranza. Disegni che sono stati fotografati da Matt Cardy, fotografo inglese dell’agenzia Getty Images. Shaharzad ci mostra, nella foto di copertina, una ragazza bionda che osserva una colomba volare e che ha disegnata sul corpo la bandiera dell’Unione Europea. Disegni che ci riportano alla dura realtà della guerra in Siria e del viaggio di una bambina verso un Europa sorda e ostile.

Shaharzad Hassan mostra un suo disegno, fotografato nel campo profughi di Idomeni, Grecia, 18 marzo 2016 (Matt Cardy/Getty Images)

I disegni di Shaharzad, con quelli del rifugiato eritreo Adal, sono esposti da oggi, venerdì 3 giugno, accanto a documenti storici, a oggetti dei migranti naufragati, a opere come l’Amorino dormiente del Caravaggio, nel Museo della Fiducia e del Dialogo per il Mediterraneo di Lampedusa. Museo inaugurato dal capo dello Stato, Sergio Mattarella.

L’iniziativa è stata voluta dal sindaco dell’isola Giusi Nicolini con la collaborazione di First Social Life, della Fondazione Giovanni e Francesca Falcone, del Mibact, e del Comitato 3 ottobre, nato nel 2014 per sancire il 3 ottobre come Giornata della Memoria e dell’Accoglienza e per non dimenticare quel naufragio a largo di Lampedusa, dove sono morti 368 migranti.

Shaharzad Hassan mostra un suo disegno, fotografato nel campo profughi di Idomeni, Grecia, 18 marzo 2016 (Matt Cardy/Getty Images)

Nella mostra ci sono i disegni dei migranti in balia del mare, delle bombe da cui è scappata e del viaggio di Shaharzad. Ci sono gli oggetti personali di 52 persone soffocate nella stiva di un barcone e le storie dei rifugiati come Adal che ha disegnato per la Rai le torture inflitte a migliaia di ragazzi come lui dal regime eritreo, disegni diventati prova nella relazione di condanna delle Nazioni Unite del regime eritreo per crimini contro l’umanità. C’è anche Siddartha di Herman Hesse, il libro preferito di Giulio Regeni che la famiglia ha voluto prestare alla mostra “perché fiducia e dialogo, le due parole chiave della mostra, sono parole nelle quali il lavoro e lo studio di Giulio si riconoscono più di tutte”.

Accanto a loro c’è l’Amorino dormiente del Caravaggio, dipinto a olio a Malta dove l’artista era rifugiato. Un quadro che rappresenta un bambino dormiente e che richiama la foto del piccolo Aylan senza vita adagiato su una spiaggia turca, che come aveva detto il sindaco dell’isola Giusi Nicolini “ci porta a sperare che quel bimbo che dorme si risvegli e insieme a lui si risvegli l’umanità che stiamo seppellendo in fondo al mare”.

museo lampedusa amorino dormiente

Un museo che ci riporta anche alla nostra storia, quando eravamo noi italiani i migranti nel mondo. Ci sono infatti le fotografie di “profughi seduti sulle valigie piene delle poche cose che sono riusciti a portare con loro nella fuga”. Ma si tratta di profughi italiani in fuga dalle bombe della seconda guerra mondiale nelle fotografie dell’Associazione Nazionale Vittime Civili di Guerra, che raccontano quando eravamo noi a scappare e a cercare protezione .

“Il Museo della Fiducia e del Dialogo per il Mediterraneo – spiega Valerio Cataldi, giornalista della Rai, curatore della mostra – è una grande operazione culturale che vuole unire le sponde del Mare Nostrum attraverso ponti culturali. Capofila le Gallerie degli Uffizi ed il Museo del Bardo di Tunisi, prestigiosi enti museali che portano le cicatrici della violenza mafiosa e della violenza integralista, custodi delle radici comuni dei popoli che si affacciano sul Mediterraneo. È il Mediterraneo raccontato attraverso l’arte e le storie delle persone che lo vivono e che lo stanno attraversando ancora oggi, che viene esposto sull’isola di Lampedusa, che ha insegnato al mondo il significato della parola accoglienza. L’obiettivo è di costruire ponti culturali sui quali poggiare l’appello alla costruzione di corridoi umanitari. Lo chiedono a gran voce i promotori del museo, come le opere esposte, come gli oggetti di chi non è sopravvissuto alla traversata del Mediterraneo”.

Aggiornato domenica 05 giugno 2016 ore 15:45
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