CINA #RIVCULT50

“Mi chiamavano lo Scuro”

domenica 15 maggio 2016 ore 04:31

Pechino - Mi chiamavano Heizi, «Lo Scuro», per via del colore della mia pelle. Già prima del 1965, a scuola si discuteva se si dovesse o non si dovesse studiare. Certo, bisognava seguire soprattutto il pensiero di Mao, ma ci si chiedeva se fosse meglio una formazione intellettuale oppure addestrarsi a combattere. Io ero figlio di militari e preferivo andare a nuotare nel fiume o a caccia di uccelli al posto di studiare, quindi per me la risposta era scontata. Vivevamo in un complesso residenziale dell’aviazione sulla Via della Lunga Pace, a Pechino, dove a quei tempi sembrava di stare in campagna. C’erano gli orti e anche un torrente.

Avevo un amico insufficiente in tutte le materie. Si mise a leggere Il sogno della camera rossa, il romanzo scritto nel Settecento da Cao Xueqin, e gli piacque così tanto che si commosse fino alle lacrime. Dato che quel romanzo era tra i preferiti di Mao, quel mio amico divenne l’eroe di noi tutti, anche se era una bestia.

Perfino nei sentimenti dovevamo seguire il presidente. Da allora, tra di noi circolò un detto che riprendeva il suo «ribellarsi è giusto» e che diceva «anche l’insufficienza è giusta, a patto che si corrisponda ai sentimenti di Mao». Siamo arrivati addirittura a dibattere se si dovesse seguire il pensiero della figlia di Mao. Io, che bigiavo la scuola, ero del tutto in linea con quel periodo: i giovani comunisti devono essere come dei teppisti, dei briganti.

Un giorno, avevo appena catturato un uccello quando passò un tipo e mi disse: «Vergogna, fai ancora queste scemenze?». Sul Quotidiano della gioventù era uscito l’articolo di una vecchia comunista che sosteneva si dovesse studiare, perché altrimenti i figli dei borghesi si sarebbero avvantaggiati. Si passò nel giro di una settimana da «anche l’insufficienza è giusta» a studiare come pazzi perché altrimenti i figli dei borghesi ci avrebbero fatto le scarpe. Già si vedeva il futuro scontro di classe della Rivoluzione culturale.

In quei giorni montava lo spirito ribelle. In una delle sue poesie, Mao parla dell’attraversamento del ponte sul fiume Dadu, dove ci sono gelide catene di ferro. Il professore la interpretò alla lettera, dicendo che il gelo aveva ristretto le catene. Io mi alzai e controbattei: «Non dire sciocchezze, quelle catene di ferro rappresentano la resistenza dei rivoluzionari». Avevo osato contraddire il professore ed ero ancora alle medie. Figuriamoci cosa facevano quelli delle superiori.In inverno si andava a pattinare sul lago ghiacciato. Un giorno il ghiaccio si ruppe e uno ci finì dentro, allora un altro si tuffò per salvarlo e ci rimase secco. Quando tornai nel mio complesso residenziale, un amico venne a dirmi: «Come mai non ti sei buttato tu?». Provavamo tutti vergogna perché quello che si era buttato era figlio di borghesi e invece eravamo noi, figli di comunisti, che dovevamo dimostrare coraggio. Così alzammo sempre più il tiro delle nostre azioni per dimostrare la nostra passione rivoluzionaria.

All’inizio del 1966 successero cose strane. Un amico mi raccontò che sua nonna, una mattina, si era spaventata perché la gallina si era messa a cantare come il gallo. Quella storia diventò un motto: «Quando la gallina canta come il gallo, grandi cose sono in arrivo». Poi venne anche una tempesta di sabbia particolarmente potente. Presagi.

A maggio cominciò la Rivoluzione culturale vera e propria ed ebbe inizio anche il movimento dei dazibao, i lenzuoloni su cui scrivevamo slogan e denunce. Mi ci misi in mezzo pure io. Un giorno, uno zio andò da mio padre e gli disse: «Occhio che tuo figlio ha preso di mira la cellula dei lavoratori, è un’azione molto pericolosa». Inutile dire che mio zio era il capo della cellula. Convennero che a quel punto la cosa migliore fosse spedirmi al militare, via da Pechino.  Era fine giugno 1966 e non potevo essere più felice di così, perché sarei andato in aviazione. La divisione di Luoyang aveva un battaglione motorizzato che riforniva di armi i vietcong, attraverso il Guanxi e lo Yunnan.

Combattere gli americani era il massimo, tutti volevano farlo. «Ciao ciao, vado a sconfiggere l’imperialismo americano», dissi ai miei amici che morivano d’invidia. Invece mi fecero fare due giorni di treno per andare in un campo d’addestramento tra Heilongjiang e Mongolia Interna, dove le reclute venivano spedite a coltivare i campi insieme ai contadini. Io non ne avevo la minima voglia, così colsi l’occasione quando ci dissero che cercavano qualcuno che sapesse andare a cavallo e mi feci avanti, visto che da piccolo ero salito in groppa a un asino. Mi spedirono in un posto dove il mio compito era quello di pascolare i buoi stando a cavallo e fu la cosa più atroce che abbia mai fatto in vita mia. C’erano le zanzare alla mattina, i calabroni a mezzogiorno e un altro insetto succhia sangue alla sera. Per due settimane dormii a pancia in giù perché mi faceva male il culo ed ero pieno di bolle per le punture degli insetti. Però sopportavo tutto, perché Mao diceva che non bisognava avere paura delle difficoltà e nemmeno della morte.

Bisognava leggere ogni giorno le opere di Mao, come in una religione, come nel vostro Vangelo. Lì c’è sempre Gesù che dice la cosa giusta al momento giusto e tutti lo seguono. Ecco, da noi c’era Mao che faceva lo stesso.Un mio amico era figlio di alti graduati dell’esercito e gli piaceva disegnare carri armati tutto il giorno. Fece un disegno in cui sembrava che la traiettoria di un proiettile colpisse il ritratto di Mao e lo accusarono di essere un controrivoluzionario. A quei tempi solo il figlio di Lin Biao, il numero due di Mao, non correva il rischio di essere etichettato come controrivoluzionario. Nonostante ascoltasse musica rock dalla mattina alla sera.

La polizia o i comitati di quartiere davano alle guardie rosse i nominativi dei «capitalisti» e quelli andavano a interrogarli. A Shanghai, un mio amico con la sua banda finì in casa di un tipo che non voleva ammettere di essere un capitalista e che insisteva invece di essere un operaio. Lo ammazzarono di botte. Arrivò suo figlio e diede di matto, così ammazzarono pure lui. Il giorno dopo, ci fu una mezza insurrezione in fabbrica e gli operai partirono in massa per linciare il mio amico e la sua banda, ma la polizia di Shanghai li coprì. È una storia che non si è mai risolta e anche oggi il nome del mio amico non è stato reso pubblico. Non lo dirò mai.Eravamo tutti burattini nelle mani di qualcuno. Sacralità, dittatura, arbitrio, erano i tre principi feudali contro cui avremmo dovuto batterci. E paradossalmente li avevamo dentro di noi.

Poi anche mio padre finì inguaiato in quanto «revisionista» e quindi io fui espulso dall’esercito. Solo che non sapevano dove mettermi e allora mi lasciarono lì, con i buoi e i cavalli, fino al gennaio del 1967, quando fui rispedito a Pechino. Nel mio complesso residenziale mi sentivo a disagio. Erano spariti quasi tutti, compresi i miei genitori. Avevamo la sensazione di essere stati usati e poi traditi dal Partito.

Lì, cominciò la guerra di tutti contro tutti.Mi raccontarono di questa assemblea del 26 dicembre in cui tutti i figli dei quadri rivoluzionari del Partito e dell’esercito si riunirono per fondare il Comitato d’azione. La riunione cominciò con grande solennità, si alzarono i figli dei quadri rivoluzionari, quindi i figli dei militari rivoluzionari, poi tutti insieme cantarono l’Internazionale e Ai soldati dell’armata Rossa manca Mao Zedong. Fin qui tutto ufficialissimo, poi cominciarono gli interventi e scoppiò una confusione che andò di male in peggio. Un susseguirsi di slogan come «Cannonate sul gruppo centrale della Rivoluzione culturale», grida di «Al rogo Jiang Qing», «Friggiamo nell’olio Kuai Dafu», che era un leader della fazione dei ribelli.

Tutti avevano i loro risentimenti personali, soprattutto per via dei genitori in disgrazia. Era forse la prima volta nella storia cinese che si sentivano così tante voci che venivano dal profondo del cuore. Un mio amico incaricato di prendere le firme di tutti all’ingresso, capì che la riunione era degenerata e pensò bene di correre via e andare a bruciare i registri dei presenti. Il comitato non fu mai messo all’indice, forse proprio perché il mio amico cancellò le prove.

Noi, vecchie guardie rosse, eravamo ormai l’ala conservatrice. Tutti noi, figli di militari dell’aviazione e della marina, eravamo cresciuti insieme e condividevamo gli stessi valori. Così cominciammo a fare la guerra ai «ribelli». Il 5 agosto del 1967, durante uno scontro violento, uno studente fu ucciso. Non c’è un motivo chiaro per cui ammazzai quel ragazzo. Lo spiegavamo con la lotta di classe. Lei Feng, il soldato modello, diceva: «Sii caldo verso i compagni, come la primavera; sii crudele verso i nemici, come l’inverno più duro». La rivoluzione è una classe che ne rovescia un’altra, è una cosa violenta.

«Non è un pranzo di gala», diceva Mao Zedong. La Rivoluzione culturale aveva indossato l’abito della cultura, ma sotto era una lotta per la sopravvivenza. Quelli della scuola media della Normale erano stati umiliati dalla banda di un’altra scuola, quella dei figli del ministero delle Granaglie, che erano molto violenti. Allora decisero di vendicarsi, ma non erano in grado, troppo educati, e così ci chiesero aiuto. Uno dei miei amici mi chiamò: «Andiamo a fare la vendetta di classe». Noi eravamo figli di militari, ci allenavamo tutti i giorni, facevamo boxe, arti marziali.

Quel tipo lo ammazzai con un bastone. Gli diedi una botta sulla nuca, lui rotolò in un fosso. Mentre cercava di tirarsi fuori gli diedi un’altra bastonata e vidi il sangue schizzare, ma non pensavo di averlo ammazzato. Uno dei poliziotti che mi presero, mi disse: «Ma scusa, sei grande e grosso, gli dai due legnate in testa con un bastone spesso dieci centimetri, cosa credi che succeda?»Dopo averlo ammazzato, provai senso di colpa, era figlio di operai iscritti al Partito comunista. Era un compagno. Se fosse stato figlio di un capitalista o di un proprietario terriero avrei provato lo stesso? Probabilmente no.

Mi misero brevemente in galera, poi in un centro di studio e rieducazione. Dopo un paio d’anni mi fecero uscire con uno speciale certificato. Garantiva che non sarei mai stato perseguitato. Anche la famiglia dell’ucciso mi perdonò, il Partito aveva messo tutti d’accordo. Nessuno conosceva il mio vero nome, non c’era scritto su nessun documento, anche su quelli del centro di rieducazione comparivo solo come Heizi.

Quando nel 2010 decisi di raccontare pubblicamente del mio omicidio sulla rivista Yanhuang Chunqiu, mia moglie mi sconsigliò di farlo, tanto ormai ero pulito. Tirai dritto, lei alla fine se ne fece una ragione. I parenti della vittima vennero a trovarmi, il nipote mi disse di provare rispetto per me, perché avevo parlato, ma che non mi avrebbe mai perdonato. E mi intimò di non rivelare mai il nome del morto. Mi dissero anche che i genitori del ragazzo furono favorevoli alla mia scarcerazione. Alla fine, eravamo tutti compagni.

Wang Jiyu, conosciuto come «Heizi», gestisce un enorme maneggio per cavalli da dressage oltre il sesto anello delle circonvallazioni di Pechino. Ha sessantacinque anni portati benissimo. Ne aveva quindici quando cominciò la Rivoluzione Culturale. Nel 2010, fu uno dei primi protagonisti di quella stagione a raccontare di avere ucciso un suo coetaneo nel corso di una rissa tra due opposte fazioni di guardie rosse. Per liberarsi la coscienza, scrisse un articolo su un giornale riformista, il Yanhuang Chunqiu, riflettendo sulle proprie trasgressioni. Il fatto si svolse nel 1967, quando aveva 16 anni.

L’articolo è tratto dallo Speciale di China Files sul cinquantesimo anniversario della Rivoluzione culturale.

Aggiornato domenica 15 maggio 2016 ore 10:47
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