DIARIO CUBANO/5

Sant’Egidio, militanti per una società migliore

giovedì 14 aprile 2016 ore 05:36

L’AVANA- “La Comunità è nata in un momento molto critico della storia di Cuba, proprio all’inizio del periodo especial, quando fare qualcosa per gli altri sembrava impossibile. Avevamo pochissime risorse, salvo una: il nostro tempo, ed è con quello che abbiamo cominciato, sviluppando un intervento destinato ad aiutare bambini in difficoltà”.

L’ingresso della Comunità di Sant’Egidio è sotto un portico a pochi passi dal caratteristico arco del convento di Nuestra Señora de Belén, in una delle parti più popolari e meno turistiche dell’Habana Vieja. L’attività della Comunità offre una interessante prospettiva su problemi, in parte nuovi, che si riscontrano nel tessuto sociale cubano, in particolare in una città come l’Avana, e sulle carenze rispetto ad essi di intervento dello Stato. Al di là della sua connotazione religiosa, l’operato della Comunità rappresenta un esempio molto significativo di organizzazione dal basso della società civile, che pare configurare una possibile integrazione dinamica fra iniziative autonome emergenti dalla società e il consistente ma non onnipotente welfare cubano, e che risulta complessivamente anche in sintonia col tentativo di sburocratizzazione, decentralizzazione, parziale de-statalizzazione del sistema cubano e complementare responsabilizzazione della società che pare ispirare le riforme messe in moto da Raul Castro: nello specifico con una convergenza di fatto tra valori solidaristici da una parte cristiani e dall’altra dell’esperienza socialista cubana.

Medico e docente universitario, Rolando Garrido è il fondatore e il responsabile della Comunità.

Come è avvenuto che la Comunità di Sant’Egidio ha stabilito una presenza a Cuba?

Nel 1992 la Comunità di Sant’Egidio di Roma fece una donazione ad un centro cardiologico infantile qui all’Avana, e in quell’occasione propose una riunione ad alcuni giovani universitari cattolici: stavo studiando medicina, facevo parte del gruppo di coordinamento dei giovani universitari della diocesi, e partecipai. Mi piacque il sogno che fu vagheggiato in quella riunione: cambiare il mondo a partire da noi stessi, aiutando le persone più bisognose. Così cominciai a raccogliere alcuni amici e iniziò l’esperienza della Comunità, in un ambiente universitario. Decidemmo di occuparci dei bambini di un barrio marginale, il barrio La colonia, che sta dietro il cimitero di Regla (Regla è di fronte all’Habana Vieja dall’altro lato della baia dell’Avana, ndr): li aiutavamo a studiare, matematica, spagnolo, eccetera. Come tutti i bambini a Cuba andavano a scuola, e non avevano né problemi di ritardo nello sviluppo, né di apprendimento: però erano i più indietro, i più indisciplinati, perché vivevano in un barrio che non li aiutava, con situazioni di violenza, a volte con una condizione familiare difficile, generalmente il padre in prigione, o comunque un padre assente, bambini cresciuti solo con la madre. Ma con il nostro aiuto riuscivano ad andare avanti: uno dei risultati più belli che abbiamo ottenuto è che molti di quei bambini oggi sono dei giovani volontari della Comunità e molti sono universitari.

E poi?

Poi la Comunità a poco a poco è andata crescendo, si è radicata molto all’Avana, e adesso è presente anche a Pinar del Rio, a Santiago e ad Holguin, e, partita come esperienza di giovani, si è allargata a tutte le età. All’Avana la componente giovanile è molto forte, con tre classi d’età, gli adolescenti dagli undici ai quindici anni e dai quindici ai diciannove, e i giovani dai diciannove in su. Ognuno di loro, come tutti i membri della Comunità, è tenuto a prestare un servizio volontario e gratuito, ai poveri, a persone che ne hanno bisogno, e inoltre a partecipare ad una preghiera comunitaria che facciamo alla sera tre volte alla settimana. Inoltre nel corso dell’anno rivolgiamo ai giovani delle iniziative specifiche sui valori, sulla formazione al volontariato, sulla cultura della pace, sul dialogo interreligioso. Facciamo lo stesso anche nelle altre tre città in cui siamo presenti.

Quanti volontari conta la comunità dell’Avana?

Ci sono molti altri giovani che vengono, che partecipano, che fanno del volontariato, ma i volontari che sono legati alla vita della Comunità con un impegno preciso sono quasi duecento.

I militanti, per dirla con un linguaggio politico…

Sì, i militanti… (ride). Intorno c’è molta altra gente, che pure ha una certa vita di impegno, perché alcuni partecipano per esempio solo alle preghiere, altri partecipano solo al volontariato, perché è un processo lento…. Quello della religiosità qui a Cuba in effetti è un problema: non siamo cresciuti in una dimensione religiosa, quindi si tratta di un mondo nuovo con cui confrontarsi e da conoscere. Quindi noi pensiamo che a partire dai poveri si arriva a Dio, che c’è un cammino di incontro con i poveri, di servizio per i poveri, e poi viene la domanda religiosa, e quasi sempre succede così: ci sono diversi anni di volontariato gratuito, felice, perché i poveri ci aiutano a scoprire quali sono le cose più importanti nella vita, e questo dà ai volontari strumenti per decidere di battezzarsi, di entrare a far parte integralmente della comunità.

Col doposcuola per i bambini qui all’Avana dove siete presenti?

A Regla, dove abbiamo cominciato, qui all’Habana Vieja, e al Vedado, in un barrio che si chiama La timba, una zona, molto vicino a Plaza de la Revolución, che presenta delle problematiche. Il tempo dopo la scuola è stato strutturato in tre filoni, culturale, sportivo e di studio, e sono i giovani universitari e liceali ad occuparsi dei bambini.

Quali sono le altre direzioni principali di intervento?

Gli anziani e i senza casa. Per quanto riguarda gli anziani qui all’Avana interveniamo in tre case di riposo, una a Centro Habana, una nel municipio di Boyeros, e una nel Barrio Obrero. Il direttore di una di queste tre strutture statali è stato un membro della Comunità.

Se a Cuba i bambini, al di là di situazioni problematiche, sono comunque molto garantiti, che esista un problema degli anziani, per esempio di solitudine, è piuttosto evidente, basta andare in giro per strada…

Credo che ci sia un problema culturale, che occorra una maggiore sensibilizzazione rispetto al tema della terza età: anche perché Cuba ha conosciuto un forte invecchiamento della popolazione in un arco di tempo molto breve, e quindi non siamo molto preparati a far fronte a questo problema. A volte si pensa che siccome gli anziani non producono, non lavorano più, non abbiano valore. Ma gli anziani hanno una grande esperienza e una gran quantità di tempo disponibile, e se vengono valorizzati sono una risorsa straordinaria. Noi abbiamo fondato un movimento che si chiama Viva gli anziani, che è attivo con iniziative culturali in tre municipi della città. Sulla sensibilizzazione stiamo lavorando con i giovani, anche creando la consapevolezza che il posto migliore per un anziano per finire la sua vita non è una casa di riposo ma la sua casa, e quindi bisogna preparare la famiglia, bisogna aiutare gli anziani soli perché possano evitare di andare in una istituzione. Facciamo in modo che siano soprattutto gli adolescenti ad occuparsi degli anziani, perché lo scambio tra loro è fondamentale: gli adolescenti della Comunità una volta alla settimana vanno a fare visita agli anziani della casa di riposo di Centro Habana, la più vicina alla nostra sede. Abbiamo molti progetti per questo ambito di intervento, per esempio quello di un monitoraggio in tre municipi della città degli anziani più fragili, di più di settantacinque anni, che vivono da soli.

E i senza casa?

Delle persone che vivono per strada si occupano soprattutto degli adulti della Comunità. Due o tre volte alla settimana i senza casa vengono qui, così hanno un posto dove lavarsi e cambiarsi, e fanno anche una riunione. Il nostro fondatore Andrea Riccardi ha detto che nessuno è così povero da non poter aiutare altri poveri, e quindi alle persone che stanno per strada è stato chiesto di incontrarsi per vedere di fare qualcosa per altri che sono in difficoltà: questo li aiuta molto perché restituisce loro una dignità, si accorgono che malgrado la loro povertà possono essere utili. Il fenomeno delle persone che vivono per strada è aumentato negli ultimi anni, ed è ormai chiaro che solo in parte è riconducibile a problemi psichiatrici. La maggioranza sono persone in età lavorativa, e ci sono anche tanti giovani, che arrivano qui all’Avana per cercare lavoro, non trovano strutture di accoglienza e non hanno il denaro per pagare un affitto o un albergo. E quindi si ritrovano per strada, e la strada crea un circolo vizioso, perché c’è il freddo, la violenza, la solitudine, e a quel punto l’alcool appare come il compagno per difendersi e allora diventa ancora più complicato uscirne. Cerchiamo di trattarli dignitosamente, e di aiutarli a reinserirsi, cosa che quando sono caduti nell’alcolismo diventa più difficile. Per il futuro abbiamo in progetto un locale per loro, dove gli si possa dare un’assistenza più specializzata. Ci sono tante cose che non abbiamo ancora realizzato, ma sognare non costa: e di sognare ce lo ha chiesto anche Papa Francesco, e di sognare in grande.

La Comunità di Sant’Egidio ha una robusta tradizione di dialogo interreligioso.

Che noi abbiamo ereditato dalla comunità-madre di Roma. Tre anni fa la nostra comunità a Cuba ha proposto ai leader delle altre religioni di sviluppare assieme un cammino di pace: noi avevamo già l’esperienza più piccola del dialogo con altre confessioni cristiane. La risposta che abbiamo avuto è stata molto positiva e abbiamo dato vita anche a importanti eventi pubblici, in piazza, a l’Avana e a Santiago, a cui hanno partecipato tutte le grandi religioni presenti a Cuba, ebrei, musulmani, buddisti, oltre a tutte le confessioni cristiane. Nel contesto di questo percorso lo scorso anno abbiamo anche organizzato un incontro sulla relazione fra Cuba e Stati Uniti come nuova tappa nella storia del popolo cubano, a cui abbiamo invitato un grande storico, l’ambasciatore degli Stati Uniti e Orlando Márquez, il direttore della rivista della diocesi Palabra Nueva. Tra dicembre e febbraio, con il sostegno dell’ambasciata del Canada, abbiamo proposto una serie di inziative: a Natale abbiamo invitato leader e persone di altre religioni a servire il pranzo per i poveri, e in febbraio abbiamo organizzato in un teatro un festival che ha presentato espressioni culturali delle diverse religioni.

La comunità musulmana è piccola ma piuttosto attiva…

E’ attiva e non così piccola, perché ci sono parecchi studenti universitari che vengono dall’Africa e dal Medio Oriente, soprattutto a studiare medicina e ingegneria. Adesso i musulmani hanno un bel luogo di preghiera all’Habana Vieja, e si riempie. Anche a Santiago c’è una buona presenza di musulmani e abbiamo ottimi rapporti.

Proprio arrivando qui, nel barrio ho visto due uomini che stavano sacrificando un gallo sulla porta di casa: e il dialogo con le religioni informali afrocubane?

Il dialogo con la santeria fa parte delle nostre occupazioni quotidiane, perché nel barrio la maggior parte delle famiglie sono nella santeria. In questi eventi interreligiosi non li abbiamo invitato santeri come rappresentanti di una grande religione mondiale perché in effetti, anche se si tratta di una esperienza presente a Cuba, in Brasile, in altri Paesi, e in Africa tantissimo, non sono organizzati come una grande religione mondiale. Però noi li teniamo molto presenti, e come cristiani ci poniamo il problema di come portare loro il Vangelo. Per noi è un fatto continuo, di relazioni di amicizia con i genitori, con i bambini della scuola, gente che cerca un dio che gli offra protezione, perché la santeria ha sempre a che vedere con la salute, i soldi e l’amore. Noi come cristiani gli offriamo un ideale di felicità forse un po’ più completo, aiutando, vivendo la fratellanza. E’ una grande sfida. Immaginati il lavoro con i giovani, che a volte hanno l’influenza dei loro genitori, e che ad un certo punto devono dirgli: sentite, io adesso sono un membro della comunità, sono un cattolico.

Questa sede la Comunità ce l’ha da qualche anno, prima non ne aveva una…

Sì, dal 2009, quando Eusebio Leal, l’Historiador de la Ciudad (lo “storico della città”, responsabile anche dei progetti di recupero e valorizzazione di parti importanti dell’Habana Vieja, ndr), ce la assegnò in un incontro con Andrea Riccardi. L’edificio non era bello come adesso, era un ex laboratorio di riparazione di elettrodomestici, l’abbiamo restaurato su progetto di un membro della comunità. Si tratta di un usufrutto gratuito per cinquant’anni, rinnovabile.

Immagino che se avete un buon rapporto con Eusebio Leal abbiate un buon rapporto con il governo…

Certamente! Siamo molto stimati dall’Oficina de asuntos religiosos (Ufficio questioni religiose, ndr) del Comitato Centrale, perché credo che abbiano colto quale è la nostra missione, cioè che cerchiamo di fare del bene, e lo facciamo non da un punto di vista ideologico, che vogliamo il bene, la pace, per il popolo. Abbiamo collaborato in diverse occasioni, per esempio quando è arrivata l’ondata di freddo il governo municipale ci ha chiesto che cosa si poteva fare per i vagabondi, e la comunità ha tenuto le porte aperte, e quando c’è stato un crollo qui all’Habana Vieja e bisognava alloggiare delle persone. Per chi è in difficoltà la nostra porta è sempre aperta, e questo il governo lo ha capito molto bene, e ci ha appoggiato molto.

La formazione di imprenditori su cui è invece impegnata la diocesi non mi pare far parte delle vostre preoccupazioni…

Stiamo lavorando ad un progetto di imprenditorialità, ma indirizzato ad anziani poveri, degli anziani che sono soli ma che hanno delle capacità, e noi gli diamo della formazione perché possano mettere in piedi una cooperativa, avviare delle piccole attività: partiamo sempre dai poveri. Facciamo assistenza ma non vogliamo che sia soltanto assistenzialismo. Cerchiamo di dare sempre una combinazione di assistenza e promozione umana. E’ promozione umana anche quella che sperimentano i nostri volontari: che vivono le stesse difficoltà che vive qualsiasi cubano, ma senza l’ansia di voler andare, di abbandonare il Paese, perché hanno un motivo per restare. Io sono un medico, professore all’università, e mi piacerebbe vivere come vive un medico di un altro Paese: però mi accontento, perché intanto stiamo cercando di creare una società migliore, più umana, più giusta, più solidale.

Aggiornato giovedì 14 aprile 2016 ore 12:09
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