Foto di Lefteris Partsalis
candidate al nobel

Militsa e le altre nonne di Lesbo

mercoledì 27 aprile 2016 ore 15:33

“Ogni pomeriggio andavamo in riva al mare, sotto al platano, per offrire un sorriso, dire una buona parola, dare un po’ di gioia”: sembrerebbe il verso di una poesia, di una canzone, ma non lo è.

Emilia Kamvysi – zia Militsa per il savoir vivre del paese dove vive, Skala Sykamineas – inizia così il racconto racchiuso in quella foto che ha reso famosa lei e le sue due amiche, zia Maritsa e zia Efstratia, mentre danno il biberon a un piccolo profugo di appena un mese; sono le ultraottantenni “nonne di Lesbo”, candidate al premio Nobel per la pace.

Insieme a loro è diventato famoso tutto il paese: per mesi e mesi a Skala Sykamineas – prima dell’accordo Ue-Turchia – arrivavano decine di gommoni ogni giorno, sbarchi a ritmi pazzeschi di profughi e migranti bagnati fradici, spaventati ma accolti in un posto che già alla fine dell’estate scorsa – dopo lo shock iniziale – aveva voluto e saputo organizzarsi: un vecchio magazzino si era trasformato in un centro raccolta di scarpe e vestiti suddivisi per età e sesso. Lì entravano le donne con i loro bambini, potevano cambiarsi e andare in bagno. C’erano i pescatori, diventati per necessità il braccio destro della guardia costiera: spesso accorrevano primi fra tutti a salvare i naufraghi, trainando le barche alla deriva fino al porto di Skala. Qui le donne con bottiglie d’acqua e asciugamani prendevano in braccio i bambini, mentre guidavano i genitori ai tavoli della taverna per un piatto caldo.

A Skala erano arrivate anche molte Ong e volontari, si era messa in piedi un’unità di rianimazione, centri di permanenza breve, servizi pullman e taxi per gli spostamenti successivi di migranti e profughi. Intanto, andavano a tacere le voci – poche – dei preoccupati per l’impatto sul futuro turistico del posto e scomparivano gli avvoltoi che “rubavano” i motori dei gommoni o si facevano pagare un passaggio in auto.

Zia Militsa racconta la foto:

“È arrivata la barca, è uscita la mamma, era siriana o curda non so, ma era fradicia e teneva il bimbo in braccio. Le ho detto di andarsi a cambiare, noi abbiamo preso il piccolo, zia Maritsa si è procurata il biberon e il latte. Scottava, allora lo ha raffreddato sotto la fontana e io glielo ho dato. Poi è venuta la mamma, ci ha ringraziato. Non so più niente di loro. Ma noi andavamo ogni giorno in spiaggia, sotto al platano, facevamo compagnia ai profughi, li aiutavamo come potevamo; ci parlavano e noi li abbracciavamo, ci baciavano. Erano tutte persone buone, c’era chi piangeva, chi rideva, ci ringraziavano. Eppure io non riesco a togliermi dalla mente i bambini che piangevano”.

La voce di zia Militsa diventa ruvida di lacrime trattenute a stento: “Gli adulti sapevano cosa stava succedendo ma i bimbi no, erano spaventati. Questo a me è rimasto in testa, ogni notte, proprio ogni notte, prima di addormentarmi rivedo le immagini. I bimbi. I bimbi“, ripete zia Militsa e il suo è quasi un grido.

Ora, a Skala Sykamineas non sbarca più nessuno, ma per le nonne di Lesbo l’accordo con la Turchia proprio non si doveva fare: “Che passino di qui, ma poi devono poter proseguire. Cos’è questa cosa di chiudere i confini e lasciare la gente nel fango e nella polvere? Dopo la guerra, vivono una nuova guerra“, i profughi sono le vittime di entrambe.

Quanto al Nobel, zia Militsa non ci pensa, non sente di aver fatto qualcosa di speciale, lei ha otto nipoti e quattro bisnipoti cui pensare, al loro futuro, sono anni difficili questi. Un po’ come quelli della sua infanzia, dell’infanzia di zia Maritsa e di molti a Skala Sykamineas, un paese nato quando qui arrivarono altri profughi, greci questi che, nel 1922 per effetto dell’accordo Grecia-Turchia e del cosiddetto “scambio delle popolazioni”, dovettero abbandonare case, patrimoni e imprese in Turchia e tornare, scappando dai nazionalismi inferociti turchi, alla madre patria, la Grecia, che non avevano mai visto prima. Una tragedia.

La madre di zia Militsa arrivò a Lesbo nascosta nella chiglia di una barca. Un posto per dormire non lo aveva e neanche cosa mangiare. Lei e altri profughi ottennero ognuno un po’ di terra a Skala, un appezzamento di pochi metri quadri e pure quelli, da bonificare. E quando nasceva un bambino non c’era neanche un pezzo di stoffa con cui avvolgerlo.”Προσφυγιά”, sostantivo per “l’essere profughi”, una parola ricorrente nell’ultimo secolo di storia delle nonne di Lesbo, di Lesbo, della Grecia.

Aggiornato giovedì 28 aprile 2016 ore 12:17
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