diario cubano/4

Il peso dell’embargo sulla sanità di Cuba

lunedì 11 aprile 2016 ore 13:40

L’AVANA – Barack Obama è partito e l’embargo resta. Al presidente degli Stati Uniti che nel corso della sua visita all’Avana ha richiamato la questione dei diritti umani a Cuba, Raul Castro ha controbattuto che se – uso parole mie – non si vuole barare, nel conto dei diritti umani bisogna mettere anche altre voci, oltre a quelle abituali nel discorso statunitense e occidentale sull’argomento. E tra le altre voci Raul Castro ha avuto buon gioco a citare anche quella del diritto alla salute: su cui bisogna riconoscere che la democrazia statunitense non ha dato una impeccabile prova di sé e il sistema cubano invece ha fatto non poco.

Negli ultimi anni però si è sentito dire da varie parti che anche questo caposaldo della Rivoluzione cominciava a fare acqua, e che il livello dell’assistenza non era più quello di una volta. D’altro canto a Cuba è oggi frequentissimo sentir parlare fra la gente della corruzione dei medici e del personale degli ospedali: per ottenere prestazioni sanitarie tempestive e soddisfacenti, insomma per avere attenzione dai medici e per essere curati, bisogna fare dei “regali”, in denaro o in natura, alimenti, una bottiglia di rhum, eccetera. Il motivo di fondo è quello dei livelli retributivi: il salario medio di un medico è stato recentemente raddoppiato e portato all’equivalente di circa 60 euro, con uno sforzo di adeguamento significativo, che la dice lunga sulla consapevolezza da parte del governo della posta materiale e simbolica in gioco nei compensi dei medici: ma tuttavia questo livello salariale rimane troppo basso, e costringe i medici ad arrotondare, in maniere legali – in febbraio mi è capitato di andare nella magnifica casa particular di un ginecologo – o illegali ma comunque fuori dall’ambito del lavoro, oppure purtroppo anche appunto nel contesto del lavoro, accettando o pretendendo un “aiuto” da parte dei pazienti.

“Stiamo però alla sostanza”, mi dice Yuri Garabito Martinez, medico quarantenne, che attualmente insegna all’Università dell’Avana, e ha anche l’esperienza di complessivamente più di quattro anni nella cooperazione medica cubana in Venezuela. Non ignora certamente i fenomeni di corruzione tra i medici e negli ospedali, corruzione che non approva e che non giustifica nemmeno in ragione dei modesti salari dei medici – mi racconta che gli piacerebbe potersi spostare in bicicletta ma che non può permettersi di comprarsene una – soprattutto quando i regali vengono pretesi anche da chi non ha soldi per farli e diventano quindi una barriera tra i meno abbienti e la possibilità di essere curati. Ma il mio interlocutore preferisce andare all’essenziale: e cioè che malgrado tutto Cuba dispone di un sistema sanitario che assicura alla popolazione una assistenza generalizzata e fino ai livelli specialistici più alti che non ha paragone nel resto dei Caraibi e dell’America latina: una differenza che ha anche potuto toccare con mano nelle sue missioni all’estero; e – sempre per stare all’essenziale – che il problema principale – a proposito dei diritti umani cari agli Usa – rimane l’embargo americano.

“Che ci siano stati dei problemi è vero – racconta il medico – ma negli ultimi anni si è prodotta anche una significativa inversione di tendenza: e nel periodo in cui la qualità è scricchiolata, uno dei problemi maggiori è stato costituito dai costi e dalle difficoltà di approvvigionamento di medicinali e apparecchiature causati dall’embargo. Un problema che ha continuato a farsi sentire anche nella fase di recupero, e che permane anche adesso, malgrado il ristabilimento delle relazioni con gli Stati Uniti. Attualmente una altissima percentuale delle strutture sanitarie, dall’assistenza di base fino alle prestazioni specialistiche, è efficiente, tanto sul piano delle condizioni degli edifici che delle dotazioni di apparecchiature, sia attraverso la riparazione e rimessa in funzione di macchine di cui si disponeva già che con l’acquisizione di nuove macchine e nuove tecnologie”.

Come incide l’embargo?

“Nella quotidianità del mio lavoro per esempio ho constatato la difficoltà nel disporre di alcuni reagenti di laboratorio, necessari al livello dell’assistenza di base. Quando Cuba deve acquistare dei prodotti non può usare per le transazioni il dollaro americano, che è la moneta con la quale generalmente questi prodotti sono commercializzati nel mondo; inoltre non possiamo comprare apparecchiature con un componente prodotto da una compagnia americana o nella quale gli americani hanno azioni. Tutto questo comporta passare per monete terze e Paesi terzi, difficoltà di approvvigionamento e attraverso le triangolazioni pesanti aumenti della spesa rispetto ai prezzi di mercato. Solo chi non lavora nel settore della sanità e non vede che conseguenze ha può pensare che gli effetti del bloqueo siano semplice propaganda”.

I salari nel settore della sanità recentemente sono stati alzati.

“Sì, c’è stato un incremento dei salari considerevole, per certe figure del personale sanitario è stato più che raddoppiato il salario di base, a cui vanno aggiunti tutti i plus. Il governo ha anche tenuto conto dei risultati del settore e del suo contributo all’economia (con la vendita di servizi, come prestazioni di medici all’estero, ndr). Tuttavia malgrado gli aumenti che ci sono stati e che il personale sanitario ha apprezzato i salari continuano a non essere adeguati al costo della vita che c’è qui a Cuba, e suppongo che si stia ragionando su come trovare delle soluzioni. Questa situazione del personale sanitario d’altra parte è comune al resto della popolazione: quelli della sanità adesso sono anzi i professionisti con il livello salariale più alto, ma malgrado l’istruzione e appunto la salute e altri servizi siano gratuiti, con questi salari per quanto alti rispetto ad altri rimane difficile fare fronte alle necessità”.

L’esperienza in Venezuela?

“Quando ci sono andato ero piuttosto scettico, non per altro ma perché questo significava una lunga separazione dalla mia famiglia e anche una lunga separazione da Cuba: sono uno di quei cubani che quando sono via sentono molto la mancanza delle nostre strade, della nostra particolarità, della nostra quotidianità. Ma non mi ricordo di avere mai lavorato così tanto come in Venezuela: mi sono dedicato anima e corpo a quello che facevo lì, innanzitutto come medico, e poi come coordinatore dell’attività dei cubani che lavoravano nel municipio a cui eravamo stati assegnati, Ezequiel Zamora, nello stato di Monagas. Inizialmente sono partito per due anni, e ho finito per restarci complessivamente per più di quattro, sempre nello stesso municipio. E’ stata una grande esperienza di rapporto con i venezuelani: venezuelani di ogni orientamento politico, di tutte le classi sociali, di settori professionali e lavorativi diversi, che in generale riconoscevano tutti il lavoro di noi medici cubani. Ma mi hanno colpito soprattutto i più poveri: quando vai ad assisterli a casa loro, o li ricevi al consultorio, e li aiuti, la loro riconoscenza è qualcosa che ha toccato tutta la mia sensibilità e la mia struttura di valori. Sono arrivato al punto di sentirmi un venezuelano anch’io, di non rendermi quasi più conto che non ero a Cuba. Ho lavorato molto perché i venezuelani capissero il sistema sanitario che gli si stava mettendo davanti, totalmente gratuito e totalmente accessibile, vicino a loro e con la maggior quantità di risorse possibile. Nei centri paragonabili ad un policlinico cubano, c’era infermeria, elettrocardiogramma, ecografia, laboratori clinici, alcuni avevano anche chirurgia, e anche un servizio di riabilitazione: un risultato per il popolo venezuelano, qualcosa che devono conservare al di sopra di tutto”.

Aggiornato lunedì 11 aprile 2016 ore 15:01
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