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Giustizia, questione di tempi

mercoledì 27 aprile 2016 ore 15:24

Nell’ultima relazione della Direzione Nazionale Antimafia e Antiterrorismo (Dna), a pagina 29, è scritto: “Tra le condizioni di contesto che hanno consentito il radicamento della ‘ndrangheta in questa regione (Lombardia, ndr), vi è la disponibilità del mondo imprenditoriale, politico e delle professioni…ad entrare in rapporti di reciproca convenienza con l’organizzazione”.

Proviamo a girare la frase, senza cambiarne il senso: la disponibilità del mondo imprenditoriale, politico e delle professioni a fare affari con la ‘ndrangheta in Lombardia è tra le condizioni che permettono alle cosche di radicarsi nella regione.

Nella relazione si scrive “il mondo imprenditoriale, politico” e non – ad esempio – “settori del mondo imprenditoriale, politico”. Eppure, la generalizzazione della Dna non sembra aver colpito nessuno quando è stata presentata due mesi fa. Mentre, invece, ha colpito tantissimo la presunta generalizzazione di Piercamillo Davigo (presidente Anm), la settimana scorsa nella sua intervista al Corriere della Sera: «Non hanno smesso di rubare dice Davigo – hanno smesso di vergognarsi. Rivendicano con sfrontatezza quel che prima facevano di nascosto».

Piercamillo Davillo nell'Auditorium di Radio Popolare

Piercamillo Davigo nell’Auditorium di Radio Popolare

Molte le reazioni insofferenti verso le parole di Davigo: da Renzi (“voglio nomi e cognomi dei colpevoli”) al vicepresidente del Csm Legnini (“rischiano di alimentare un conflitto di cui la magistratura e il Paese non hanno alcun bisogno”) al presidente dell’Autorità nazionale anticorruzione Cantone (“dire che tutto è corruzione significa che niente è corruzione”).

Tutto ciò nonostante Davigo abbia sempre detto, e ribadito in quella stessa giornata: «non ho mai pensato che tutti i politici rubino, anche perché ho più volte precisato che se così fosse non avrebbe senso fare processi che servono proprio a distinguere».

E allora, qual è il problema? Perché colpisce Davigo sui politici e non la Dna che denuncia un intero “mondo imprenditoriale, politico e delle professioni” di essere disponibile in Lombardia a fare affari con la ‘ndrangheta? Abbiamo provato oggi a Memos ad affrontare la questione con un magistrato come Piergiorgio Morosini, membro del Consiglio Superiore della Magistratura (Csm), già giudice a Palermo.

Piergiorgio Morosini

Piergiorgio Morosini

I tempi della giustizia appaiono un punto determinante della questione: dal sistema mafio-corruzione (la definizione è del Procuratore generale di Palermo Roberto Scarpinato), al malaffare politico-amministrativo. Sono i tempi dei processi, troppo lunghi, e quelli della prescrizione, troppo brevi (“un assurdità che fa impazzire”, ha detto Franco Roberti procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo). Il ministro della giustizia Orlando ieri ha promesso che “per l’estate ci sarà la nuova legge sulla prescrizione”. Risposta di  Morosini a Memos: «Queste promesse – dice l’esponente del Csm – le ascoltiamo da tanti anni e poi non si traducono in interventi legislativi».

Ascolta la puntata di Memos

Per chi volesse ascoltare (o riascoltare) la lezione di Davigo su mafia, politica e corruzione per il nostro ciclo di “Lezioni di antimafia”, qui trovate tutti i riferimenti. Davigo è stato ospite nell’Auditorium di Radio Popolare il 22 marzo scorso.

Aggiornato giovedì 28 aprile 2016 ore 07:41
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