La crescita cinese

Dragonomics, più 6,7 per cento: così inutile, così importante

lunedì 18 aprile 2016 ore 05:25

«Il 6,7 per cento non ci dice nulla perché il problema non sono tanto i numeri, bensì cosa c’è dietro. Se si esaminano i Pil delle province cinesi, si vede che risultano tutti tra i 7 e i 15 punti percentuali superiori a quello nazionale. Ciò significa che l’Ufficio Nazionale di Statistica sa benissimo che a livello locale i dati sono presi allegramente e quindi li corregge al ribasso quando deve dare i dati nazionali. È lo stesso accorgimento che in Italia applica l’Istat per offrire dati al netto del mercato nero, ma la peculiarità cinese è che qui il potere centrale corregge i governi locali».

Con un anonimo funzionario bancario internazionale analizziamo gli ultimi dati trimestrali dell’economia cinese: quel 6,7 per cento che suggerirebbe, alla napoletana, che è passata ‘a nuttata. Entriamo quindi nei meandri dei numeri cinesi. E delle sottigliezze non solo economiche, ma anche politiche e simboliche, che ci stanno dietro.

«Gli insider dicono che all’interno del Partito c’è una tensione tra chi vuole fare le riforme e chi invece punta alla stabilità, quindi alla creazione dei famosi 10 milioni di posti di lavoro ogni anno -ci spiega -. In realtà, secondo i dati, ogni anno ne creano ben più di dieci milioni. Nel 2015 erano 13 milioni. La creazione di posti di lavoro non è direttamente proporzionale alla crescita del Pil perché, se così fosse, altre variabili come la produttività dei lavoratori e l’afflusso di nuovi migranti dalle campagne dovrebbero restare inalterate nel corso degli anni. Così non è».

Perché quindi quel 6,7 è importante?

«La crescita del Pil è un problema di accountability del Partito in alternativa alla democrazia. In Occidente, anche se non è proprio vero che scegliamo chi mandare al potere, si può comunque decidere di mandarlo a casa. In Cina no. La popolazione sa benissimo di essere governata da una dinastia imperiale, però la Cina non è la Corea del Nord, non è una dittatura. È troppo grande, complessa, ci sono troppe forze interne costantemente all’opera perché la si governi solo con il pugno di ferro. Il potere del Partito deve quindi basarsi sul consenso. Quel numero compreso tra il 6,5 e il 7 per cento previsto per i prossimi cinque anni diventa quindi il punto di riferimento, ti dice se il Partito sta facendo bene o male».

Ma se è fittizio a che serve? Siamo da capo.

«È un numero fondamentale anche se fittizio, prova ne sia che da quando un paio d’anni fa il premier Li Keqiang ha cominciato a dire che il Pil non è più così importante, la macchina si è inceppata. I funzionari non sanno più cosa fare, complice anche la campagna anticorruzione che suggerisce sia meglio non prendere troppe iniziative se non si vogliono correre troppi rischi. La prova aneddotica di questo fatto viene dalla Safe, la State Administration of Foreign Exchange. È, questo, l’organismo che approva le domande per accedere al programma Qfii, cioè Qualified Foreign Institutional Investor, della Cina. In pratica, la Safe valuta le domande di investitori stranieri per accedere a un portafoglio finanziario cinese: azioni, obbligazioni e così via. Ebbene, ci risulta che alla Safe ci siano oggi montagne di pratiche bloccate. La sensazione è che i funzionari pubblici facciano poco o nulla e quelli della Safe non sono tra l’altro quelli che prendono mazzette, per il semplice fatto che gli investitori istituzionali stranieri non le pagano. Sono bloccati proprio per l’indeterminatezza sui nuovi parametri da seguire se si vuole “fare bene”».

Quindi il Pil, quel numero magico, è il principale strumento per «comunicare»: lo strumento di accountability per un sistema politico che non deve dare risposte attraverso il gioco elettorale. Anche se il «cinese della strada» non legge o non crede ai giornali, se il governo gli dice che nel primo trimestre si è raggiunto il 6,7 per cento, è come se gli comunicasse qualcosa sul proprio operato. Il Pil è come le elezioni. A questo punto, la domanda è: a parte la veridicità o meno di quel 6,7 per cento, è vero o non è vero che durante lo scorso trimestre l’economia cinese è andata un po’ meglio?

«Ci sono altri strumenti per capirlo. Chi legge i dati cinesi, si fida in genere molto più dei dati ad alta frequenza, quelli mensili, rispetto alla crescita trimestrale. Quelli di questo mese ci dicono che gli investimenti in capitale fisico sono cresciuti del 10,7 per cento, le vendite al dettaglio del 10,5 e l’export dell’11,5. C’è poi un indice molto in voga, il Purchasing Managers’ Index (PMI) dell’agenzia internazionale Markit e della più autorevole rivista economica cinese, Caixin. È un indice che legge la fiducia delle imprese. Si prende il telefono e si chiamano tutti i responsabili acquisti, facendo domande che non entrano troppo nei dettagli, tipo “questo mese avete assunto più o meno gente del mese scorso?”; “avete consumato più o meno energia rispetto a un mese fa?”. I responsabili acquisti sono logicamente i meglio informati su questi aspetti. Tirate le somme, un indice inferiore a 50 rivela contrazione, superiore a 50 indica espansione. Ebbene, saputo di questo indice indipendente, anche l’Ufficio Nazionale di Statistica cinese ne ha creato uno analogo. La differenza tra quello indipendente di Caixin e quello governativo sta nel fatto che il primo analizza soprattutto il settore privato, mentre il secondo le grandi imprese di Stato. Negli ultimi sei mesi, le due versioni erano sempre concordi su un indice negativo che denunciava la tendenza al ribasso. Ma a marzo, entrambi gli indici sono risultati positivi. Il che ci fa ritenere che quel 6,7 per cento di crescita potrebbe essere veritiero».

Dunque, perché a marzo le cose sono andate meglio? Dalla risposta a questa domanda dipende infatti la «qualità» della crescita, quella tanto invocata. In pratica: la Cina sta ripartendo davvero oppure il governo sta dando l’ennesima spintarella monetaria che rischia di tradursi in bolla finanziaria?

«La spiegazione più convincente è esogena. La Federal Reserve statunitense ha rallentato l’aumento del lift-off, cioè dei tassi d’interesse. Quindi è sceso l’interesse per il dollaro e c’è stata meno fuga di capitali dalla Cina. È ragionevole credere che quella parte del deflusso di capitali legata alle posizioni debitorie in dollari abbia toccato il suo culmine l’autunno scorso e che ora stia ricominciando il processo inverso. C’è poi sempre la teoria della spintarella governativa che, va sottolineato, non è sempre o necessariamente una pioggia di liquidità decisa a livello centrale. Basta anche lanciare un segnale del tipo “bè ragazzi, adesso dobbiamo crescere un po’”. A quel punto, come d’incanto, progetti infrastrutturali si sbloccano, nuove strade si costruiscono, i ponti proliferano. C’è ragione di credere che i funzionari locali abbiano colto il messaggio e che le cose si stiano di nuovo muovendo. Non dimentichiamo che sul totale degli investimenti, quelli pubblici sono cresciuto del 22 per cento e quelli privati solo del 5. Infine è stato diminuito l’anticipo dovuto dagli acquirenti per comprare le prime case, questo ha rilanciato il mercato immobiliare».

Ora, se l’economia cinese ricomincia a respirare per una ragione esogena e una proveniente comunque dall’alto, c’è ragione di essere ottimisti?

«Diciamo che è ragionevole credere che i numeri parzialmente positivi indichino non tanto un assestamento dell’economia, quanto la volontà di assestarla. Forse, la ripresa delle esportazioni ci dice che la congiuntura internazionale starebbe andando un po’ meglio di qualche settimana fa. E e di questo possono beneficiare le imprese cinesi. È sempre una soluzione esogena, ma strutturale». Probabilmente è questo il motivo per cui il vicegovernatore della banca centrale cinese, Yi Gang, la settimana scorsa ha detto durante un convegno a Washington che se gli Usa crescono del 2 per cento, anche la Cina può assestarsi. Insomma, teniamoci per mano.

Gabriele Battaglia @China Files

Aggiornato lunedì 18 aprile 2016 ore 16:40
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