Impeachment Rousseff

Brasile nella bufera

lunedì 18 aprile 2016 ore 12:13

Quando il deputato Bruno Araujo del Pernambuco ha pronunciato il 142° fatidico sì alla richiesta di impeachment della presidente Dilma Rousseff, nell’Aula della Camera di Brasilia e in alcune piazze è scoppiato il carnevale carioca, mentre altrettanti piangevano. Le piazze pro e contro il governo dei Partito dei Lavoratori (PT) hanno riprodotto fedelmente la spaccatura della società brasiliana tra i ceti medi e medio alti e la massa di poveri e poverissimi che in Brasile continuano ad essere maggioranza. I primi hanno voltato le spalle al PT di Lula da almeno due anni, insoddisfatti dai servizi da terzo mondo, dalla burocrazia asfissiante, dalla crisi economica che ha eroso i redditi; gli altri sostengono Dilma e il suo partito perché grazie a loro hanno avuto più diritti, più assistenza, più protagonismo.

Cosa centra tutto questo con il voto di ieri? Poco o nulla. La richiesta di mettere sotto processo la Presidenta riguarda una vicenda contabile, la cosiddetta “pedalada fiscal”, cioè l’anticipo di un anno sul bilancio dello Stato di introiti previsti per l’anno successivo; metodo tra l’altro utilizzato abbondantemente nei bilanci europei ai tempi dell’austerità. Ma questo – che era l’argomento sul quale votare – non è stato citato nemmeno una volta nelle dichiarazioni di voto dei 367 deputati che hanno chiesto l’avvio del procedimento. Tutti erano orgogliosamente fieri di votare contro Dilma perché “ladra”, “colpevole del declino del paese”, “vagabonda” e altri epiteti poco simpatici proferiti da decine e decine di inquisiti per corruzione, almeno 60, che siedono in Parlamento nelle file dell’opposizione. Un voto che doveva essere tecnico ed è diventato squisitamente politico. Il variegato fronte di oppositori storici delle destre, insieme agli ex alleati del PT, ha votato per mandare a casa un governo democraticamente eletto attraverso lo strumento dell’impeachment – per la seconda volta dal ritorno alla democrazia negli anni ’80.

Il sistema istituzionale brasiliano prevede un Presidente senza maggioranza propria alle Camere, e quindi obbligato a distribuire cariche e prebende a partiti e partitini per riuscire a governare. L’arma è a doppio taglio: basta che si inceppi il meccanismo ben oliato della vendita di favori perché un presidente possa essere licenziato. E’ questo il vulnus alla democrazia che il Partito dei Lavoratori va denunciando da mesi; ma va presso atto che negli ultimi 14 anni di governo di questo partito, prima con Lula e poi con la Rousseff, nessuna ipotesi di riforma è stata avanzata per garantire una governabilità non ricattabile.

Ieri notte a Brasilia si è spezzato il consociativismo tra sinistra e centristi che seppe costruire Lula ai primi anni Duemila per garantire la stabilità dei suoi governi. Un equilibrio che già al momento dell’elezione di Dilma Rousseff cominciava a scricchiolare per rompersi definitivamente negli ultimi due anni. Dilma, una “tecnica” diventata successore del presidente più popolare di tutti i tempi, non ha mai considerato seriamente il necessario e continuo lavorio di mediazione tra partiti e partitini per tenere in vita una governo, lavoro nel quale l’ex sindacalista Lula da Silva era abilissimo.

Il governo che potrebbe insediarsi – se anche, come prevedibile, il Senato voterà contro la Presidente – sarà molto debole, in quanto centrato sulla figura del vicepresidente che farà le funzioni di presidente, quel Michel Temer del PMDB, indicato da Dilma Rousseff come il capo dei complottati e inquisito in almeno tre inchieste della magistratura sulla corruzione. Lo scenario più realistico è quindi l’insediamento di un governo Temer che però rischia di durare molto poco per via dell’opposizione di piazza che farà il PT – e anche perché le inchieste che coinvolgono l’attuale vicepresidente in qualsiasi momento potrebbero definitivamente affondarlo. Più che un governo destinato a durare fino alla scadenza del 2018, sarà un governicchio di transizione verso nuove elezioni. A quel punto si vedrà se le opposizioni che 2 anni fa non erano riusciti a battere Dilma Rousseff, oltre a occupare le televisioni private, sapranno anche conquistare i voti per battere il politico che al momento viene dato in testa ai sondaggi: Luiz Ignacio da Silva detto Lula.

Aggiornato mercoledì 20 aprile 2016 ore 15:51
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