Primarie USA

Clinton e Trump verso la nomination

mercoledì 20 aprile 2016 ore 08:57

E’ una vittoria netta, senza possibilità di discussione, quella ottenuta da Hillary Clinton e Donald Trump nelle primarie dello Stato di New York.

Il dato è anzitutto evidente nei numeri. La Clinton conquista il 57,9 per cento dei consensi, contro il 42,1 di Bernie Sanders. La vittoria di Trump è ancora più chiara, con il 60,5 per cento dei voti. John Kasich, secondo, è al 25 per cento; Ted Cruz, al terzo posto, si aggiudica il 14 per cento.

Al di là del dato aritmetico, il trionfo di Clinton e Trump è importante dal punto di vista politico.

Dopo otto sconfitte consecutive, Hillary Clinton aveva bisogno di una vittoria convincente. E’ quello che è successo. La candidata prevale in tutti i cinque boroughs di New York City: vince a Manhattan, nel multiculturale Queens e a Brooklyn, dove è nato Sanders. L’ex segretario di stato si impone anche a Long Island. Sanders vince soltanto nelle zone rurali della Clinton County. Elettori più anziani, donne, neri, ispanici preferiscono la Clinton. Sanders prevale soltanto tra i maschi bianchi sotto i 40 anni.

Si tratta dunque di quella vittoria che il partito democratico si aspettava, per fugare i dubbi politici attorno alla candidatura di Hillary. Lei, di fronte ai suoi sostenitori allo Sheraton di Times Square, ha enfatizzato proprio il carattere ormai “chiuso” di queste primarie, ma ha anche cercato di non approfondire i contrasti con Sanders. “Sono più le cose che ci uniscono che quelle che ci separano”, ha detto la Clinton, che deve fare tutto per unificare il partito e lanciare la sfida a Donald Trump.

Il messaggio che per ora arriva da Sanders non sembra andare nel senso sperato. Dalla Pennsylvania, dove si vota martedì prossimo, il senatore ha detto di andare avanti e ha polemizzato con le regole di voto delle primarie a New York – che richiedono che un elettore si registri almeno sei mesi prima del voto -, parlando anche di notizie di “diffuse irregolarità” che arrivavano da molti seggi.

Per Sanders e i suoi si pone però a questo punto, inevitabile, un dilemma: come andare avanti, in queste primarie; che tipo di messaggio lanciare. Per discutere del futuro il senatore si vedrà tra poche ore con i suoi principali collaboratori nel quartier generale in Vermont.

Per Donald Trump, quella di ieri è in qualche modo una tappa decisiva. Le vittorie di Ted Cruz in Wisconsin, Colorado, Wyoming avevano trasmesso l’impressione che la sua campagna conoscesse le prime incrinature. Non è così. Il trionfo a New York è netto. Trump prevale in quattro dei cinque boroughs di New York; soltanto a Manhattan John Kasich gli contende la vittoria, per il resto nel Queens il magnate newyorkese ottiene il 67 per cento circa, il 64 per cento nel Kings County (che copre Brooklyn) e una netta maggioranza dei voti a Long Island e upstate New York

Resta, per lui, un problema politico, e cioè quello che succederà alla Convention di Cleveland, a luglio. In queste settimane sono continuate le manovre di parte del partito repubblicano, e soprattutto del suo principale avversario, Ted Cruz, per scatenare una “contested Convention“, in cui i delegati di Trump verranno invitati a sostenere un altro candidato. Proprio a queste manovre è parso esplicitamente riferirsi il candidato, che dopo la vittoria a New York ha parlato dalla “sua” Trump Tower. “Nessuno dovrebbe impossessarsi dei delegati e autoproclamarsi vincitore, a meno di non aver ottenuto quei delegati attraverso il processo di voto” ha detto Trump, che ha aggiunto: “Questo è un sistema truffaldino, un sistema manipolato e noi vogliamo prevalere nel modo più antico: cioè, vinci se prendi i voti”.

Nel discorso della vittoria, il candidato ha cercato comunque di trasmettere un’immagine più composta, “presidenziale”. Niente insulti nei confronti degli avversari, niente mossette e mimica facciale esagerata: un’impostazione che deriva dalle innovazioni portate nella campagna dal nuovo collaboratore di Trump, Paul Manafort, un consulente che ha lavorato per tutti i presidenti repubblicani, da Gerald Ford a Ronald Reagan ai due Bush. Il messaggio che Trump a questo punto vuole trasmettere è chiarissimo: quello di una candidatura, la sua, confermata dai numeri ma ormai anche dallo stato delle cose politiche.

Aggiornato giovedì 21 aprile 2016 ore 16:42
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