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Terrorismo, servizi segreti e mafie

giovedì 24 marzo 2016 ore 15:08

L’Italia e il terrorismo internazionale, dopo gli attentati di Bruxelles. Ieri nel giro di poche ore hanno parlato sia Renzi che Alfano. “Nessuna minaccia specifica per l’Italia”, ha detto il capo del governo. “L’Italia è un paese a rischio”, ha sostenuto il ministro dell’interno.

Da queste due affermazioni sullo stato della sicurezza in Italia è cominciata la puntata di oggi di Memos con Felice Casson, senatore Pd e membro del Copasir (Comitato parlamentare di controllo sui servizi segreti, qui ultima relazione) e Claudio Fava, deputato di Sinistra Italiana-Sel, vicepresidente della Commissione antimafia. Per Casson i rischi di attentati in Italia possono aumentare in caso di intervento militare in Libia. “Per questa ragione dobbiamo restarne fuori”, dice l’ex magistrato.

Senatore Casson, Renzi e Alfano si contraddicono?

Felice Casson

Felice Casson

«No, le loro parole non sono in contraddizione. Sono corrette entrambe le affermazioni. Dal nostro osservatorio del Copasir monitoriamo la situazione da mesi. Un rischio indubbiamente c’è. Oggettivamente come stato italiano siamo uno degli obiettivi possibili del terrorismo islamico e quindi è corretto dire che siamo in una situazione di rischio. Bisognerebbe fare attenzione di non aumentare i motivi di rischio. Da tempo sono state poste in essere le misure di tutela. Non è che partiamo da zero. Il problema è un altro: ci vuole una costanza nel tempo sia nella prevenzione che nelle verifiche. Ovviamente non si può sapere se, quando e dove colpirà il terrorismo. E’ fondamentale che i sistemi di intelligence, di prevenzione e le procure della repubblica funzionino in maniera coordinata soprattutto in relazione alle notizie e informazioni che ci arrivano dall’estero».

Cosa sono i “motivi di rischio” e come si fa a non aumentarli?

«Come è noto – risponde Casson – ci sono delle discussioni in corso relativamente ad un impegno dello Stato italiano in scenari bellici esteri. Se dovesse succedere, ciò ci porterebbe al primo livello di attenzione come obiettivo dei terroristi. In particolare si è parlato della vicenda libica. Credo che in questa situazione sia assolutamente necessario rimanere fuori da scenari di questo tipo».

Un intervento militare italiano in Libia farebbe aumentare il rischio attentati in Italia?

«A mio parere, sì», sostiene l’ex magistrato. «E per una serie di motivi. Innanzitutto di carattere generale. Non sussistono i presupposti di carattere internazionale, né giuridici, né di fatto, né geografici, per un intervento militare italiano in Libia. Quindi è meglio far calmare qualche bollente spirito che esiste in questo senso e ragionare con un po’ più di calma. In secondo luogo è evidente che se si interviene nella zona limitatissima della Libia in cui vengono segnalate presenze dello Stato islamico, vorrebbe dire creare un ulteriore disequilibrio. Tutta l’attenzione verrebbe concentrata a favore dello stato islamico in Libia e nel mondo arabo e potrebbe solleticare, anche nel nostro Paese, qualche spirito pericoloso ed estremista».

La prima azione di Daesh in Europa risale a due anni fa. Il 24 maggio 2014 un uomo spara al museo ebraico di Bruxelles e uccide quattro persone. Da allora ci sono stati gli attentati a Charlie Hebdo, al Bataclan e all’aeroporto e al metro di Bruxelles. Com’è possibile che si sia rafforzata nel corso del tempo la capacità di azione dei gruppi terroristici, anziché essere contenuta o colpita dalle forze di polizia?

«Da Parigi in poi – fa notare il senatore Casson – questo tipo di terrorismo ci ha detto che può colpire dove e quando vuole, in particolare il nostro modo di vivere. Non è possibile tutelare tutti gli obiettivi in qualsiasi momento. Il guaio è piuttosto un altro: fino ad almeno l’altro giorno, e speriamo che si smetta di pensare e agire in questo modo, il tanto invocato coordinamento da parte delle intelligence europee, delle polizie di prevenzione europee e delle procure, non è mai esistito o ha funzionato molto poco. Era basato soltanto sui buoni o ottimi rapporti delle singole persone. Così, però, non può funzionare! E’ il problema fondamentale. Ovviamente è un problema politico, perché è difficilissimo superare le diffidenze, le gelosie e gli scontri tra apparati di intelligence e di prevenzione se non c’è una volontà politica unitaria. Fino a questo momento non c’è stata o c’è stata soltanto a parole».

Com’è possibile, senatore Casson, che di fronte alle stragi che si susseguono quel coordinamento invocato continui a cadere nel vuoto? Chi non lo vuole e perché?

«Faccio un esempio molto semplice e forse anche banale. Nei momenti di maggiore tensione terroristica in Italia nei decenni passati abbiamo ripetutamente assistito, putroppo, a scontri tra polizia e carabinieri, e anche all’interno dell’Arma, che non avevano alcuna giustificazione. Ciò accadeva all’interno di un paese. Si tratta di scontri, gelosie, ritrosie, che sussistono in maniera molto più forte all’estero. Se in più consideriamo che ci sono delle questioni superiori collegate alla sovranità nazionale, e in Europa ci sono 28 sovranità nazionali, solo una minima parte è disposta a cedere sovranità in materia di sicurezza, di intelligence e di giustizia. C’è poi anche una forma di egoismo sociale e politico, nazionalistico, che impedisce la cessione di sovranità.  Situazioni di questo tipo – conclude Felice Casson – non riguardano solo i paesi dell’est europeo, ma anche anche qualcuno dei paesi fondatori. Pensiamo ad esempio al fatto che la Germania su questo tema non ne vuol sapere».

Ospite a Memos oggi anche Claudio Fava, deputato del gruppo Sinistra Italiana-Sel, vicepresidente della Commissione antimafia. Fava è stato relatore della Commissione del Parlamento europeo sulle “extraordinary renditions”, i rapimenti extra-giudiziali gestiti dalla Cia e affidati a servizi segreti di altri paesi. Dal racconto di Fava emerge che allora, dieci anni fa, esisteva un coordinamento tra le intelligence dei diversi paesi per portare a termine quei rapimenti, un coordinamento che invece oggi viene invocato ma lasciato cadere nel vuoto, come diceva Felice Casson.

Claudio Fava

Claudio Fava

«Le renditions erano compiute – ricorda Fava – con il contributo fondamentale dei servizi di altri paesi. Se non ci fosse stata la disponibilità di servizi segreti occidentali, molte di queste operazioni che hanno avuto l’Europa come teatro non sarebbero potute avvenire. Pensiamo al caso Abu Omar, ai rapimenti in territorio tedesco, in Macedonia o in Svezia. In Italia, ad esempio, le responsabilità dei vertici del Sismi di Pollari e Mancini sono state provate giudiziariamente con una sentenza, annullata poi grazie all’uso disinvolto del segreto di stato. La commissione d’inchiesta del parlamento europeo arrivò alla conclusione che le renditions non potevano avvenire nell’ignoranza dei vertici dei governi. Un servizio di intelligence si mette a disposizione della Cia per operazioni illegali e illecite solo se ha una copertura politica».

Altro tema è il rapporto tra terrorismo internazionale e criminalità organizzata in Italia. Il procuratore nazionale Franco Roberti qualche settimana fa, ai primi di marzo, nel suo primo rapporto come capo della Procura Antimafia e Antiterrorismo ha sostenuto che le indagini sugli “aspiranti martiri” italiani “confermano l’intreccio tra criminalità organizzata di tipo mafioso e terrorismo internazionale” (pag.144). Cosa significa?

«Ci sono due piani», spiega Claudio Fava. «Da una parte c’è la gestione dell’immigrazione nelle forme mafiose: il traffico degli esseri umani, il controllo delle rotte, la gestione criminale dei migranti quanto arrivano in Italia. Dall’altra parte, ed è la cosa più pericolosa perché ha una dimensione sistemica, c’è il rapporto di interesse e di profitto tra traffico di stupefacenti e traffico di esplosivi e di armi. Le mafie sono soggetti a-ideologici: alla fine che siano terroristi islamici o compari calabresi, siciliani o napoletani, per loro cambia poco. Ci sono tracce confermate, come la relazione di Roberti, che parlano di intrecci operativi tra l’una e l’altra entità. Tant’è che oggi, non a caso, noi in Italia abbiamo una procura antimafia e antiterrorismo. Le indagini vanno coordinate avendo un unico sguardo che operi su entrambe le direzioni criminali».

Federico Cafiero de Raho, procuratore della Repubblica di Reggio Calabria, nei mesi scorsi, dopo la strage di Parigi, aveva dichiarato: «il terrorismo internazionale troverebbe nella ‘ndrangheta un alleato particolarmente utile, sia per le coperture dal punto di vista territoriale sia per il tornaconto che la stessa ‘ndrangheta potrebbe avere per le forniture di droga e armi». Sembra un’ulteriore conferma dell’intreccio mafie-terrorismo. E’ plausibile, secondo lei, sostenere che la presenza delle mafie in Italia garantisce una “pax terroristica” sul territorio italiano?

«Assolutamente sì», risponde Claudio Fava. «Nel senso che è nell’interesse delle mafie non avere troppa presenza delle forze dell’ordine nel proprio territorio. Ai tempi del terrorismo in Italia, Cosa nostra in Sicilia aveva rappresentato una sentinella attenta perché non voleva che sbarcasse l’esercito su territori nei quali i loro traffici dovevano continuare. Così avviene anche adesso. Mi sembra che sia nel reciproco interesse. Non c’è nulla di ideologico e di politico. C’è una necessità – conclude il vicepresidente della Commissione antimafia – di garantire da una parte la bonifica dei propri territori e dall’altra continuare ad avere rapporti operativi di scambio e di intelligence tra cosche criminali e cellule terroristiche».

 Ascolta tutta la puntata di Memos

Aggiornato venerdì 25 marzo 2016 ore 14:29
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