Augusto Di Meo (a sinistra) e don Peppe Diana pochi mesi prima dell'omicidio
L'omicidio di don Diana

Augusto, testimone abbandonato

sabato 19 marzo 2016 ore 12:00

Chissà se il suo lavoro lo ha aiutato, quella mattina di 22 anni fa. Augusto Di Meo fa il fotografo ed era amico di don Giuseppe Diana. Il prete di Casal di Principe lottava contro la camorra, che per questo lo uccise. Lo fece nel giorno del suo onomastico. Augusto era andato in parrocchia per fargli gli auguri. Mentre lo salutava arrivò il killer. Il fotografo lo vide e testimoniò più volte contro di lui, facendolo condannare. Forse l’occhio del mestiere contribuì a fargli rimanere impressa la sua faccia. Di certo il fatto che non l’abbia mai dimenticata in tribunale è segno di coraggio.

la testimonianza sull’omicidi

“Quel giorno arrivai in chiesa verso le sette”, racconta Augusto. “Feci gli auguri a don Peppe, ci abbracciamo e parlammo del più e del meno. Commentammo l’ultimo omicidio, quello di un operatore ecologico. Dissi: ‘Nonostante le battaglie che si fanno, questi sono sempre più criminali… che dobbiamo fare?’. Lui rispose con due parole: ‘Bisogna pregare’. Poi si avviò in un corridoio un po’ scuro, lugubre. Io mi stavo allacciando una scarpa e mi fermai dietro a lui, quando arrivò un sagrestano insieme a un signore, che chiese: ‘Chi è don Peppe?’. Non sentii la risposta, ma evidentemente lui fece un cenno con la testa. L’uomo sparò cinque colpi. Don Peppe cadde e l’assassino si rimise la pistola nella fondina. Ebbi l’istinto di guardare verso la luce e vidi questa sagoma, che descrissi all’autorità giudiziaria. Da lì partirono le indagini”.

la denuncia sull’assenza dell

Di Meo non ha mai avuto un riconoscimento per il suo impegno da testimone di giustizia. “Pare che nel ‘94 ci fosse solo la legge per i ‘pentiti’, non quella per chi collabora coi magistrati senza aver commesso crimini. Poi le norme sono cambiate e il mio avvocato si è messo al lavoro. Da allora è iniziato un percorso giudiziario che mi è costato migliaia di euro, senza che sappia come andrà a finire”. Il problema ha diversi aspetti, da quello economico a quello simbolico. “Vengo definito una sentinella della legalità, ma poi come mi trattano? Lo Stato deve fare la sua parte, c’è una mortificazione interiore. Io avrei bisogno di avere le istituzioni alle spalle, invece non ho mai avuto un referente a cui rivolgermi. Se vieni legittimato, poi, la gente ti vede in modo diverso. Dice ‘lui ce l’ha fatta, si può fare’, invece di ‘quello ha fatto una brutta fine. Perché non si è fatto gli affari suoi?’.”

il senso della battaglia di A

Augusto racconta di aver cambiato regione per qualche anno, di aver perso clienti a causa della sua scelta, di essere stato insultato per quello che ha fatto. Eppure assicura di non aver mai avuto dubbi: “Quando me ne sono andato, credo di averlo fatto proprio perché non mi rompessero le scatole, cercando di convincermi a lasciar perdere. Ho coinvolto la mia famiglia, mia moglie e due bambini, perché per me era la cosa più importante da fare a costo della vita. E l’ho fatta”.

Aggiornato domenica 20 marzo 2016 ore 08:41
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