Pollicadro e Calcagno

Libia, liberi gli altri due ostaggi italiani

venerdì 04 marzo 2016 ore 11:59

Liberi gli altri due tecnici della Bonatti di Parma presi in ostaggio in Libia nel luglio 2015. Il Sabratha Media Center  ha diffuso la foto di Gino Pollicadro e Filippo Calcagno con il telefono in mano, finalmente lontani dai loro carcerieri.

Il sito pubblica anche un messaggio scritto a mano dai due tecnici rapiti: “Io sono Gino Pollicadro e con il mio collega Filippo Calcagno oggi 5 marzo 2016 siamo liberi e stiamo discretamente fisicamente ma psicologicamente devastati. Abbiamo urgentemente bisogno di tornare in Italia”. La data sbagliata desta qualche sospetto, anche se sulla liberazione non ci sono più dubbi. La moglie di Pollicadro ha detto al Corriere della sera di aver sentito il marito al telefono e che sta bene di salute, per quanto il morale distrutto. Il primo a dare la notizia della liberazione è stato l’inviato della Stampa Domenico Quirico, che ieri si trovava a Sabratha mentre oggi è a Tripoli.

Il video tratto dalla pagina Facebook del Sabratha Media Center in cui i due ostaggi dicono di star bene e di essere sotto la custodia della polizia libica.

“Quello che so è molto poco. A quanto sembra sono stati liberati dalle milizie libiche che stanno a Sabratha, forze più o meno collegate al governo di Tripoli”, racconta Quirico ai nostri microfoni. La liberazione, quindi, pare sia avvenuta con un’operazione militare contro miliziani vicini a Daesh questa volta andata a buon fine. Ieri infatti lo stesso gruppo aveva cercato di liberare Fausto Piano e Salvatore Failla, senza successo.

A Sabratha, però, circola un’altra versione degli avvenimenti.

Un giornalista di Sabratha raggiunto da Radio Popolare ha raccontato che la liberazione dei due lavoratori italiani è avvenuta senza ricorrere ad un blitz e senza il pagamento di un riscatto. La polizia locale di Sabratha e le milizie stavano controllando da tempo una casa sospetta abitata da una famiglia marocchina. Dopo una giornata di sorveglianza ed accertata la fuga degli jihadisti, la polizia è entrata nella casa dove ha trovato i due italiani. Non è stato sparato neanche un colpo. Questa è la versione ufficiale che viene divulgata nella città di Sabratha, ma non è detto che le cose in verità siano andate in questo modo limpido.

Attorno al business dei rapimenti, in Libia è cresciuta un’industria fiorente gestita anche dalle milizie islamiste ufficiali, come avvenuto per diversi casi di diplomatici giordani e egiziani rapiti per ottenere obiettivi politici. Le dichiarazioni di stamattina del portavoce delle milizie Al Gharabli rivelano che c’è molto che si vuole nascondere in questa triste storia del rapimento dei dipendenti della Bonatti.

Secondo alcune ricostruzioni, il gruppo criminale dei sequestratori, che era impegnato in un trasferimento, sarebbe composto da africani subsahariani (maliani in particolare) oltre che da marocchini.

Tutti e quattro gli ostaggi sarebbero stati nelle mani di questa cellula vicina agli jiahdisti (finora non è stata citata alcuna sigla), che li aveva rapiti con lo scopo di chiedere un riscatto. Il gruppo poi si sarebbe diviso in due tronconi per motivi logistici. In Libia si troverebbero anche 40 agenti dei servizi segreti italiani, secondo fonti citata dalla Reuters.

“Bisogna chiarire tutto quello che è successo negli ultimi 15 giorni per rendere pubbliche le informazioni vere – dichiara ai nostri microfoni il presidente del Copasir Giacomo Stucchi della Lega Nord – nel senso che da ieri sui giornali ho letto tante ricvostruzioni attribuite a fonti qualificate, che in realtà non lo erano. Lasciamo lavorare chi deve ricostruire i fatti e poi diremo qual è la verità vera”.

Stucchi non ha voluto confermare né smentire la notizia di un blitz armato per liberare i due ostaggi. L’unica notizia confermata riguarda l’area dove è avvenuta la liberazione: Sabratha, la stessa Secondo Stucchi nel giro di poco tempo, forse addirittura ore, potrebbero rientrare in Italia. Stesso destino anche per le salme dei due italiani morti ieri, anch’esse sulla via del rientro in Italia.

 

Giacomo Stucchi-Copasir

 

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Aggiornato sabato 05 marzo 2016 ore 11:03
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