taccuino africano/Uganda

Quando trent’anni al potere non bastano

venerdì 19 febbraio 2016 ore 17:46
Ieri si è votato in Uganda. Doveva trattarsi di un’elezione senza storia: il vincitore, secondo un collaudato copione africano, doveva essere Yoweri Museveni. Un personaggio che – insieme a Pierre Nkurunziza, presidente del Burundi, a Paul Kagame, capo di Stato in Ruanda e Joseph Kabila, presidente della Repubblica Democratica del Congo – costituisce il nucleo degli inamovibili presidenti della regione dei Grandi Laghi. L’opposizione però ha mostrato di non starci e ci sono stato disordini di piazza.
Ma chi è Yoweri Musseweni, l’uomo responsabile di tutto questo?

In molti lo chiamano The Old Man, anche se ha solo 71 anni. Forse il soprannome gli deriva dalla lunga permanenza al potere che risale al lontano gennaio del 1986: trent’anni tondi tondi, senza mai perdere un colpo, con molti chiaroscuri.

Ebbe il merito di salvare il Paese dal dittatore Idi Amin Dada, un folle accusato di cannibalismo che in pochi anni fece diventare l’Uganda un mattatoio. Ha avuto il merito di una politica lungimirante e attenta quando il Paese, tra gli anni Ottanta e Novanta, era il più colpito dall’Aids. Ha, ancora, avuto il merito di far diventare il suo Paese uno dei più ambìti luoghi di investimento straniero per la collocazione strategica nella ricchissima regione dei Grandi Laghi e, di conseguenza, uno dei più virtuosi in quanto a crescita economica.

Ma ha anche molti demeriti, alcuni veramente imperdonabili. Anzitutto il fatto di essere affetto dalla malattia comune a molti suoi colleghi africani, virulenta e maligna, cioè quella di non riuscire a fare a meno del potere e, dunque, di escogitare tutti i trucchi per non perderlo. Mai. Anche a costo di mandare il Paese a rotoli e di sparare sul proprio popolo.

Negli ultimi anni Museveni, che è al sesto mandato, ha giocato veramente sporco e per vincere le elezioni è partito da lontano impedendo ai suoi rivali – tra l’altro personaggi di secondo piano perché quelli più pericolosi vengono addirittura fermati con larghissimo anticipo – di fare campagna elettorale.

Sebbene in queste elezioni il candidato favorito fosse lui e per tutti non c’era partita, si è premunito: ha fatto arrestare preventivamente il principale candidato Kizza Besigye, un tempo suo fedelissimo, colpevole di sospettare pubblicamente di brogli. Ha fatto mantenere chiusi (o li ha fatti aprire con enorme ritardo) i seggi nelle città dove il suo rivale era forte, ha oscurato i social network nelle ore del voto per prevenire accuse di brogli, manifestazioni o collegamenti tra l’opposizione.

Ora quasi sicuramente il vincitore sarà lui.

I sondaggi, anche quelli controllati dal regime, lo davano attorno a un tranquillo 54 per cento, dimostrazione del fatto che Museveni non vuole diffondere di sé un’immagine da dittatore delle banane, con quote di consenso inverosimile, ma quella di un leader con un’opposizione e alla guida di un sistema democratico.

Ma anche l’immagine di un leader che non rinuncia alle tradizioni, uno del popolo. The Old Man si compiace di mostrarsi come un piantatore di banane, con il cappellaccio da agricoltore e il viso da contadino cotto dal sole.

Aggiornato sabato 20 febbraio 2016 ore 15:30
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