la nuova nomina di renzi

L’Innovazione modello Amazon

giovedì 11 febbraio 2016 ore 13:30

Renzi ha deciso: il vice presidente di Amazon Diego Piacentini sarà il nuovo Commissario del governo per il Digitale e l’Innovazione. Inizierà nel corso del 2016, e non avrà alcun compenso per due anni. Una scelta suggellata dallo scambio di tweet tra il Presidente del Consiglio e il numero uno di Amazon, Jeff Bezos, invitato in Italia da Renzi a parlare di Innovazione. Piacentini, in un comunicato-intervista pubblicato sul sito dell’azienda, annuncia che “porterà con sé molte lezioni da Amazon”.

Quali lezioni?

Senza dubbio Amazon è una delle imprese che corrono più veloce: dall’uso dei droni, alla consegna in un’ora, la crescita costante e le continue novità indicano che il modello-Amazon sul mercato funziona, genera profitti.

A quale prezzo, però? Su cosa si fonda l’innovazione del modello-Amazon?

Innanzitutto il modello commerciale: prezzi bassi che hanno l’effetto di azzerare la concorrenza, non solo sul “virtuale” della rete, ma anche nei territori dove amazon opera, uccidendo il piccolo commercio e standardizzando l’offerta culturale. “È il mercato, bellezza!”, si potrebbe osservare. Se da un lato questo dovrebbe portare a chiedersi se davvero è un modello sostenibile ed auspicabile, l’altro interrogativo è come Amazon può permetterselo. Una delle risposte sta nel modello produttivo, criticato e messo sotto accusa per le dure condizioni di lavoro e l’assenza dei diritti sindacali, negli Usa e nelle diverse parti del mondo dove ha dislocato i propri centri di logistica, Italia compresa.Con dei tratti costanti: ritmi di lavoro infernali, ossessione del controllo.

Tra le prime inchieste a rompere il silenzio su Amazon risale al 2011, pubblicata dal The Morning Call che va a parlare con i lavoratori del magazzino situato nella Lehigh Valley, in Pennsylvania. Un capannone gigante dove le temperature ragiungono i 45 gradi, al punto da rendere necessario l’intervento di associazioni sanitarie per obbligare Amazon a piazzare almeno dei ventilatori, e disporre un servizio di ambulanze e di primo soccorso per far fronte ai ripetuti malori dei dipendenti, sottoposti a ritmi di lavoro incessanti e pause ridotte per ottimizzare i tempi di gestione degli ordini.

Il primo vero scandalo mondiale lo crea il giornalista francese Jean-Baptiste Malet. Siamo nel novembre 2012, Malet ha 26 anni e si fa assumere da un’agenzia di lavoro interinale che lo spedisce a lavorare nei depositi di Amazon per 3 mesi. Il risultato sarà il libro “En Amazonie”. Un infiltrato nel “migliore dei mondi”.

“Svolgevo esclusivamente i turni di notte. Cominciavo alle 21 e 30 e il mio lavoro terminava alle 4 e 50. Ufficialmente, secondo l’agenzia interinale, camminavo più di 20 km a turno”, racconta Malet. “Gli operai non hanno accesso a nessun luogo che non gli competa, tutto è registrato tramite l’uso di badge di identificazione. Amazon non vuole che qualcuno possa raccontare quello che succede all’interno della fabbrica, che possa descrivere il suo modello di gestione, la pressione è tale che numerosi lavoratori soffrono di mal di schiena e di depressione”. In diverse interviste Malet spiega: “Il mio lavoro di giornalista è quello di descrivere il mondo, di descrivere la sofferenza della gente, non per voyeurismo o sensazionalismo, ma per prenderne coscienza”.

Nel 2013 il secondo scandalo. La rete televisiva tedesca ARD svela le politiche lavorative nei magazzini tedeschi: lavoratori stranieri costretti a contratti a tempo a 9 euro lordi l’ora, stipati in 7 per camerata in vecchi alberghi in disuso, sorvegliati da vigilantes arruolati tra le file della destra neonazista.

La terza tegola per Amazon arriva da uno dei più prestigiosi quotidiani del mondo, il New York Times, che nell’agosto del 2015 pubblica un’inchiesta altrettanto dura.

Il quotidiano intervista più di cento dipendenti ed ex dipendenti, e i racconti sono ancora gli stessi: turni massacranti, controlli ovunque dentro e fuori dal lavoro. Gli impiegati raccontano di lavorare senza sosta più di 80 ore a settimana, di notte, nel fine settimana e durante le vacanze. Chi non tiene questo ritmo viene di fatto isolato e mobbizzato dagli stessi colleghi, grazie ad un modello basato su una competitività esasperata che spinge i lavoratori stessi a criticare i colleghi, impedendo così la creazione di qualsiasi legame di solidarietà. “Anytime feedback tool” è il nome del sistema di valutazione usato: è ciascun lavoratore a valutare il collega, scrivendolo direttamente ai dirigenti, con un confine tra vita privata e lavorativa inesistente, fino ad arrivare a casi di isolamento di dipendenti malati di cancro, perchè giudicati troppo deboli dai loro stessi colleghi. Stavolta Amazon reagisce, ed in modo scomposto: il NYT viene accusato di scarsa etica giornalistica e di aver condotto una inchiesta superficiale. Poi, il fondatore Jeff Bezos risponde con un’email ai suoi dipendenti, dicendo di non riconoscersi nel contenuto dell’articolo, e scrivendo che “chiunque lavori in un’azienda come quella descritta dal New York Times sarebbe un pazzo a restarci”.

E In italia? Intanto c’è da dire che Amazon ha iniziato a pagare le tasse in Italia solo dal maggio 2015, prima le versava in Lussemburgo. Ma il centro di Castel San Giovanni, in provincia di Piacenza, ha aperto nel 2011, e occupa circa 800 persone. Controllo e ritmi di lavoro, la musica non cambia.

«Ogni magazziniere gira con uno scanner, i responsabili sanno quello che hai fatto e quanto ci hai messo. Se non rispetti i tempi previsti, sul display dello scanner arriva un messaggio: devi andare più veloce. Se sbagli collocazioni, dopo 5 errori vieni richiamato», raccontava un lavoratore – ovviamente in forma anonima – al Corriere della Sera.

Racconta un altro lavoratore, sempre in forma anonima, nel 2014 al sito Connessioni precarie. “Credono di essere furbi, organizzano dei party: affittano delle discoteche, pagano ristoranti e tutte queste cose qua: il giorno dopo licenziano tutta la gente. Il giorno dopo, il giorno stesso in cui scadono i contratti, licenziano metà delle persone che stanno lì dentro. Poi magari dopo un mese ritorna a esserci il lavoro e li riassumono per un’altra settimana, fanno contratti di tre giorni, quattro giorni, una settimana e poi li rimandano a casa. Lo fanno non per le persone che vengono licenziate, in realtà anche per loro perché poi le riassumono per poco tempo e poi le licenziano, ma soprattutto per gestire il malcontento che c’è tra le persone che lavorano li dentro perché effettivamente quelli che rimangono sono quelli che devono farsi un mazzo così per gestire il lavoro, perché effettivamente di lavoro ce n’è”.

Una dura lettera firmata “i lavoratori di Amazon” e spedita agli organi di stampa locali nel 2014 si conclude così: “Amazon crede di poter spremere fino all’osso chi produce la sua ricchezza e la sua fama. Non chiediamo di certo privilegi ma semplicemente la possibilità di lavorare nel rispetto della dignità. Troppe volte dietro l’ostentazione di efficienza ed etica le multinazionali nascondono al proprio interno l’esatto opposto. Oggi scopriamo un’altra multinazionale che, sebbene non sconfini mai nell’illegalità (grazie anche alle leggi che gli ultimi governi bipartisan hanno sfornato contro i lavoratori), rende le nostre condizioni non certo idilliache.”

“Amazon è una realtà a luci e ombre. Ma speriamo che non sia questo il modello di innovazione che il governo ha in testa”, dice preoccupato ai nostri microfoni Fiorenzo Molinari, che per la Filccams-Cgil di Piacenza segue l’azienda. O almeno ci prova, a seguirla. “Non abbiamo mai fatto un’assemblea sindacale dentro Amazon. Abbiamo alcuni iscritti, ma non siamo “dentro” in modo strutturale, e l’azienda fa di tutto per ostacolarlo”.

In che modo l’azienda impedisce l’ingresso del sindacato? La risposta è indicativa del clima che si respira nel magazzino: “Questo non posso dirglielo, dovrei citare dei casi specifici, ma non è il momento”, osserva. Molinari descrive Amazon come “una famiglia al contrario”: “In una famiglia i più deboli vengono aiutati, in Amazon i più deboli vengono messi da parte. È un’azienda darwinista, di selezione della specie. Se per innovazione si intende la massima efficienza, il modello americano, beh, speriamo che non sia questo il modello di innovazione che si intende importare”.

La ripetitività delle inchieste, gli elementi comuni, la diffusione in tutti i territori in cui Amazon opera mostrano che questo modello, nel tempo, non è cambiato, e neppure le denunce pubbliche e le inchieste lo hanno scalfito. È davvero il modello di Innovazione che vuole il Governo?

Ascolta l’intervista completa a Fiorenzo Molinari

Fiorenzo Molinari

Aggiornato venerdì 12 febbraio 2016 ore 17:20
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