per giulio regeni

La mobilitazione dei “cittadini del mondo”

mercoledì 10 febbraio 2016 ore 15:25

«È stato un incontro fantastico. Già allora passavamo ore a discutere sindacato e dei movimenti». A parlare è Giovanni Parmeggiani, universitario milanese di 26 anni che ha conosciuto Giulio Regeni nel 2010, mentre entrambi frequentavano un corso di arabo a Damasco, in Siria, prima che fosse martoriata dalla guerra civile.

Oggi che Giulio non c’è più, Giovanni ha deciso – assieme ad altri 16 tra conoscenti ed ex compagni di scuola – di scrivere una petizione in cinque lingue per chiedere giustizia sulla morte dell’amico, oltre che una tutela reale dei diritti di chi decide di studiare e lavorare fuori dai confini nazionali.

Proprio come era successo a Giulio e Giovanni, che nell’estate 2010 avevano fatto una scelta coraggiosa: imparare l’arabo nella sua terra d’origine. L’amicizia tra i due nasce tra i banchi di scuola, ma si consolida anche al di fuori dell’ambiente scolastico: «Ci vedevamo ogni giorno – prosegue Giovanni – tanto che ci siamo sempre dimenticati di farci una foto assieme. Non avevamo tempo, parlavamo spesso dei movimenti dei sindacati: lui era affascinato da Gramsci, era già stato in Egitto senza però conoscere l’arabo. È stata una bellissima frequentazione, che ci ha tenuti uniti in Siria per un mese e mezzo».

Poi, come spesso succede in queste occasioni, ognuno torna a casa propria dove ci si tiene in contatto tramite i social: «Chiacchieravamo sulla chat di Facebook – continua – e ogni tanto ci mandavamo delle mail. Siamo addirittura riusciti a vederci un paio di volte a Milano, dove abbiamo continuato le nostre discussioni sul sindacalismo indipendente: avevamo posizioni diverse, ma questo non ci hai mai impedito di rimanere amici». Tanto che quando Giovanni è venuto a conoscenza della morte di Giulio ha deciso di mobilitarsi: «Dalla bella esperienza che quell’estate ci aveva uniti abbiamo pensato, assieme ad altri ragazzi italiani, spagnoli, americani, siriani ed egiziani, che la sua morte non potesse rimanere impunita e soprattutto che si iniziasse una riflessione su come la violenza non debba mai prevaricare la nostra curiosità, i nostri sogni e le nostre speranze. Siamo tutti ragazzi accomunati da un’idea di cittadinanza internazionale: in un mondo globalizzato per lo scambio di informazioni e merci noi chiediamo che quei diritti e quelle libertà vengano riconosciuti anche alle persone. Nulla che non sia già stato scritto, ma che la morte di Giulio ci ha dimostrato che, in realtà, siano parole rimaste sulla carta».

Nasce così la petizione Justice for Giulio Regeni – To guarantee freedom of thought, speech and movement, che nel giro di pochi giorni è già stata sottoscritta da 31mila persone. Un successo, che ha spinto Giovanni e gli altri amici ad andare oltre: «Ci stiamo attivando – spiega Giovanni – per fare arrivare il nostro messaggio al Parlamento italiano, al Parlamento europeo e all’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani. Attraverso il Pd, poi, stiamo chiedendo che si possa fare un’interrogazione parlamentare proprio sulla tematica che stiamo sostenendo. Insomma, riferendoci alla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo e alla Convenzione contro la tortura, cerchiamo non soltanto di agire sulle istituzioni in maniera formale ma anche di avere da loro un riscontro ufficiale alle nostre richieste. L’Egitto in cui Giulio viveva è un interlocutore economico e politico della comunità internazionale, quindi crediamo che sia necessaria una riflessione da parte di tutti e auspichiamo che il Governo italiano sia in prima fila in questo processo di garanzia delle libertà di parola, pensiero e movimento».

Aggiornato giovedì 11 febbraio 2016 ore 18:28
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