Aveva 84 anni

Umberto Eco, il “grande alchimista”

sabato 20 febbraio 2016 ore 01:31

Umberto Eco è morto venerdì 19 febbraio nella sua casa milanese. Era nato ad Alessandria il 5 gennaio 1932.

Eco nasce in una famiglia della piccola borghesia piemontese, cresce sullo sfondo della seconda guerra mondiale – confesserà, più tardi, che “tra gli undici e i tredici anni ho imparato a evitare le pallottole” – e studia estetica a Torino, dove sotto le direzione del filosofo Luigi Pareyson si laurea con una tesi su Tommaso d’Aquino. Nella tesi, pubblicata nel 1956 e poi di nuovo nel 1970 con il titolo Il problema estetico in Tommaso d’Aquino, si stabilisce un parallelo tra il modello gnoseologico tomista e lo strutturalismo, e c’è già uno dei caratteri centrali dell’opera di Eco: l’audacia intellettuale.

E’ questa audacia – la capacità di essere al tempo stesso attento ai più sofisticati problemi culturali e ai fenomeni della cultura popolare, ai fili intellettuali che si dipanano in secoli di storia e a eventi apparentemente bassi della cronaca – a segnare sin dall’inizio il suo pensiero. “Non c’è prodotto culturale che sia troppo basso o triviale per l’analisi di Eco”, scrisse un critico letterario inglese, Ian Thomson, recensendo una sua opera sul Guardian nel 1999.

L’audacia e la curiosità intellettuale sono anche le qualità che portano Eco, nel 1955, a a lavorare per i programmi culturali della RAI, che in quegli anni si appresta a diventare lo strumento di una diffusione culturale di massa nella società italiana. Il giovane intellettuale si lega anche agli uomini e alle tensioni della neoavanguardia: Luciano Berio, e poi il Gruppo 63, dove la ricerca di una nuova estetica si iscrive nel solco della ricerca letteraria di James Joyce, Ezra Pound, Carlo Emilio Gadda e Jorge Luis Borges. Eco collabora a Il Verri e alla Rivista di estetica, al mensile Quindici e a Marcatré, che anticipano e accompagnano l’esplosione dei movimenti del Sessantotto e dei primi anni Settanta. Dal 1960 collabora anche con l’editore Bompiani per le opere di filosofia.

L’attività di organizzatore culturale procede parallelamente a quella dell’insegnamento. Eco lavora alle facoltà di Firenze e di Milano, quindi a Bologna, dove a partire dal 1975 ottiene la cattedra di semiotica (quattro anni prima aveva anche fondato Versus, rivista di semiotica). La scienza dei segni, per Eco, non è tanto un metodo, quanto un modo per articolare la riflessione tra i diversi livelli e stratificazioni della cultura, dell’immaginario sociale, della produzione intellettuale. Se in La struttura assente (1968) e nel Trattato di semiotica generale (1975), lo scrittore cerca di elaborare una concezione complessiva della scienza dei segni, i suoi contributi più interessanti riguardano proprio l’intersezione tra cultura alta e apparentemente “bassa”, tra il mondo della ricerca intellettuale e quello della produzione di massa. In Apocalittici e Integrati (1964), Eco distingue proprio tra un’attitudine “apocalittica”, che spesso si lega a una visione elitista della cultura, slegata dal corso della storia e dei movimenti sociali, e una invece “integrata”, pronta a far propri prodotti culturali di massa senza davvero riflettere sulla loro funzione e modo di produzione.

Negli anni successivi Eco continuerà su questa doppia strada: da un lato l’attenzione alla produzione culturale più raffinata, alla storia del libro, al Medioevo, all’Umanesimo; dall’altro la considerazione della cultura pop, l’impegno e la volontà di interpretare i media e in generale fenomeni sociali di massa. Eco studia processi e strutture del poliziesco, del feuilleton; indaga fenomeni tipici della civiltà di massa come il calcio, la pubblicità, la moda; fissa il suo interesse su presentatori televisivi e soubrettes. Nel 2002, anche in risposta a chi criticava questa sua attitudine, Eco spiega di “non essere un fondamentalista”, di non credere che “Omero e Walt Disney siano la stessa cosa”. Ma, aggiunge, “Mickey Mouse può essere perfetto, nel senso in cui lo è l’haiku giapponese”.

Altre due opere fondamentali nel percorso intellettuale dello scrittore sono Opera aperta (1962), in cui – partendo dall’analisi di lavori letterari e musicali – Eco postula il carattere ambiguo, mutevole, aperto a un’infinità di interpretazioni, di ogni lavoro artistico. Il testo è un oggetto mai finito, mai completato una volta per tutte, ma appunto aperto, in sintonia con il carattere del fruitore dell’opera d’arte, che a sua volta detiene un ruolo attivo, d’invenzione e di interpretazione. Il tema della relazione tra autore e lettore tornerà ancora in I limiti dell’interpretazione (1990), dove Eco si interroga sulla possibilità stessa dell’interpretazione, che per produrre “senso” deve imporsi limiti e modelli.

E’ però con la sua attività di romanziere che Eco raggiunge quella notorietà che lo ha reso negli ultimi trent’anni uno degli autori più citati e ricercati del panorama letterario internazionale. Il nome della Rosa (1980) e Il Pendolo di Foucault (1988) mischiano erudizione, esoterismo, inchiesta poliziesca, romanzo umoristico e d’avventura. Nel primo il monaco detective Guglielmo da Baskerville – ispirato a un romanzo della serie di Sherlock Holmes, The Hound of the Baskervilles – indaga su una serie di crimini oscuri in un monastero benedettino dell’Italia settentrionale, sullo sfondo di un tempo di crisi politica e sociale, di eresie e inquisizione. Umberto Eco lettore di Borges e di Tommaso d’Aquino è presente in questo romanzo, che mescola dibattito di idee, intrigo, citazioni letterarie – “un libro fatto di libri”, è stato detto – e diventa un successo mondiale grazie anche alla versione cinematografica con Sean Connery come protagonista. La stessa ispirazione a metà strada tra erudizione e capacità di manovrare i meccanismi più tipici del romanzo di genere sta alla base di Il Pendolo di Foucault, in cui Eco racconta la storia di Léon Foucault, un fisico francese dell’Ottocento che inventa un meccanismo capace di dimostrare la rotazione della Terra. Anche qui, con una storia che attraversa i secoli, che mischia allusioni alla Kabbalah, alle formule matematiche e ai personaggi di Disney, Eco riesce a affascinare i lettori e ottenere un successo mondiale.

Dopo questi due romanzi ne verranno altri. L’isola del giorno prima, Baudolino, Numero Zero, che accrescono la fama di Eco come creatore di pastiche letterari. La critica non è sempre stata generosa, nei confronti della sua opera di romanziere. Salman Rushdie, per esempio, in una radicale stroncatura del Pendolo di Foucault, scrisse che l’opera è “priva di umorismo, senza dei veri personaggi, completamente libera da qualcosa che assomigli a un mondo di parole parlate credibili, e piena di un gergo pomposo senza un vero senso”. Proprio i romanzi rappresentano però molto bene l’esito finale, e la cifra forse più sostanziale, dell’attività culturale di Umberto Eco. E cioè la sua capacità di essere una sorta di Pico della Mirandola dei tempi moderni, un “grande alchimista”, secondo la definizione di Jacques Le Goff, capace di intrecciare tempi, storie, percorsi della mente.

Aggiornato martedì 23 febbraio 2016 ore 15:55
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