Intervista a Guariniello

Un magistrato scomodo. Dalla parte dei più deboli

sabato 02 gennaio 2016 ore 09:49

“Mi sento pronto per nuovi impegni, nuove sfide, pronto a mettere a disposizione le competenze che ho acquisito. Chi mi dice ora goditi la pensione, proprio non ha capito”.

Raffaele Guariniello, 74 anni, di cui oltre 40 passati alla Procura di Torino, parla con noi a poche ore dalla fine del 2015. Non ha aspettato il 31 dicembre, giorno della pensione, ma si è dimesso qualche giorno prima.

Poteva scegliere la strada dei cavilli, delle proroghe per rimanere ancora al suo posto, ma sono metodi che non gli appartengono.

Guariniello si è formato culturalmente con Alessandro Galante Garrone e Norberto Bobbio, i suoi maestri. Un magistrato scomodo, anche per questo non ha fatto carriera. Ha affrontato processi contro la Fiat, Eternit, Roche-Novartis, Thyssen Krupp, casi come il doping nel calcio o Stamina, per citare i più noti.

È stato spesso criticato per la sua esposizione mediatica, ma lui ha sempre tirato dritto, guardato alla sostanza, ai processi, cercando di tutelare chi subiva un’ingiustizia, e di far prendere coscienza all’opinione pubblica dei problemi del lavoro, dell’ambiente, della salute.

Il suo tono nella nostra conversazione è pacato ma determinato, soprattutto nel dire a Renzi che “allungare la prescrizione è una scorciatoia negativa, occorre invece velocizzare i processi, occorrono più risorse e una riorganizzazione della magistratura”. Poi tornando ai suoi processi dice:

“Porterò sempre nel mio cuore i volti dei familiari delle vittime di Thyssen e Eternit”.

Dottor Guariniello, fino all’ultimo giorno seduto alla sua scrivania in Procura?

Sì, sto cercando di finire alcune indagini delicate, un dovere verso le vittime, le parti lese. Questo è stato l’impegno di questi ultimi giorni.

Cosa l’ha spinta ad affrontare in quasi mezzo secolo da magistrato migliaia di indagini?

Non vorrei fare retorica, ma mi ha spinto l’idea, o se vuole l’illusione, di tutelare i più deboli, che a volte non sono necessariamente solo i poveri, ma tutti quelli che non riescono ad avere giustizia, e sono soli. Lei non sa quante lettere ho ricevuto in questi anni da persone che mi chiedevano aiuto.

Anche in questi giorni, in cui tutti sapevano che si era dimesso dalla Procura?

Sì, guardi ne ho una qui sul tavolo che dice: “dottor Guariniello anche se so che lei domani va via dalla Procura, potrebbe occuparsi del mio caso…”

Facciamo un passo indietro nel tempo. Un giovane pretore Guariniello affronta la sua prima indagine importante: quella sulla potente Fiat che schedava operai e delegati sindacali. Siamo nel 1970-71.

Sì, un’indagine che mi mise alla prova, ero assolutamente giovane e affrontavo un santuario come la Fiat che non era mai stato messo in discussione. E noi facemmo invece perquisizioni a sorpresa negli uffici della società e scoprimmo lo schedario con cui la Fiat di Valletta (allora presidente del gruppo, ndr ) segnava le tendenze politiche dei dipendenti. Non la presero bene, tanto che fui convocato dal procuratore capo della Repubblica che mi disse: “Guariniello l’hai combinata grossa”. Non fu certo un incoraggiamento nei miei confronti ma io andai avanti lo stesso.

E come finì?

Mi tolsero il processo a Torino per motivi di ordine pubblico e lo mandarono a Napoli. Devo dire però che i giudici napoletani furono bravi. La Fiat venne condannata in primo grado, poi in appello arrivò la prescrizione del reato. E lì conobbi per la prima volta (lo dice con una risata ironica, ndr) il significato della parola prescrizione.

Non fu facile nemmeno l’inchiesta sul doping nel calcio. Toccare il santuario del pallone provocò minacce, insulti verso di lei…

Sì, li misi nel conto ma non retrocessi di un centimetro nelle indagini. Ricordo anche gli striscioni allo stadio contro di me (si riferisce a quelli degli ultrà juventini allo Stadio delle Alpi che insultavano e accusavano Guariniello e Zeman di essere la “rovina del calcio”, ndr).

Veniamo al caso Eternit, il primo processo per disastro ambientale è stato prescritto. Per lei immagino sia stata una delusione.

Devo dire, con tutto il rispetto, che ci siamo trovati di fronte alla prescrizione decisa dalla Cassazione. Ora speriamo che nel processo Eternit-bis (quello per gli omicidi di 258 ex dipendenti per cancro da amianto, ndr) si vada davvero a una conclusione. Io sono fiducioso che il processo si svolgerà. Mi spiace molto che io non ci sarò, soprattutto per i familiari delle vittime.

Invece i momenti che ricorda con più soddisfazione?

Sicuramente nel 1971, dopo le perquisizioni alla Fiat per le schedature. Siamo usciti con in mano tutti quei documenti che le comprovavano. Erano prove schiaccianti e il nostro lavoro fu ineccepibile. Un altro ricordo è il processo alla Thyssen Krupp (l’incendio con la morte di 7 operai nel dicembre 2007, ndr). C’è stata una condanna a 9 anni e 8 mesi di carcere, una condanna così non si era mai vista e ha segnato un salto di qualità in questo tipo di processi sulla sicurezza del lavoro. Poi recentemente il caso Stamina dove, con mia grande soddisfazione, con la giustizia ha vinto anche la scienza.

Che messaggio vuole mandare ai giovani magistrati?

Ci vuole passione, il fuoco dentro, l’entusiasmo, uniti però allo studio continuo, a partire dalle sentenze penali della Cassazione. Più studi, più sei preparato, più sei efficace. Ma poi questi giovani vanno sostenuti, con un’organizzazione e mezzi adeguati. Invece devo dire che in questi ultimi tempi nel mondo della Giustizia ho notato disincanto. Si vive spesso questo mestiere senza entusiasmo in un contesto di scoraggiamento.

Provi a spiegarne i motivi…

Credo che la Giustizia sia in debito di risorse, di personale – che è sempre più anziano. C’è un problema di riorganizzazione, di velocizzazione dei processi, di metodi di indagine, di tecnologie. Le faccio un esempio: io sono rimasto molto colpito da un processo che ho fatto recentemente: quello di una ragazza di un call-center che ha perso la voce a forza di lavorare. Sa che il Tribunale (non per colpa sua) ha fissato il nuovo processo addirittura nel 2017?

Lei sta mandando un messaggio preciso al governo, a Renzi.

Sì, e non è solo una questione di più risorse: bisogna ripensare l’organizzazione della magistratura. Guardi, io leggo costantemente le sentenze della Cassazione e osservo che anche di fronte a fatti gravi, come disastri o infortuni sul lavoro, il reato c’è ma viene prescritto. E questo accade perché le indagini sono troppo lunghe, inadeguate.

Perché?

Perché, per esempio, noi abbiamo in Italia oltre 130 Procure, per lo più piccole, con tre-quattro magistrati, sicuramente bravi, ma non ce la fanno, mancano di esperienza e competenze per affrontare certi tipi di processi. Bisogna ripensare l’organizzazione complessiva. (Guariniello da tempo propone una super Procura nazionale sugli infortuni da lavoro e una per i reati ambientali. Questo vorrebbe dire condivisione di competenze e processi più rapidi, ndr)

E sulla prescrizione cosa pensa?

Risolvere il problema vero, quella della lunghezza del processo, con l’allungamento dei tempi di prescrizione del reato è negativo. Si può anche fare, ma è una soluzione che si adotta quando non c’è nient’altro. Invece bisogna puntare sulla velocizzazione dei processi e su più risorse.

Per esempio se vuoi che nei tribunali si facciano udienze anche al pomeriggio devi pagare gli straordinari. In altri paesi, penso agli Stati Uniti, dopo poco tempo vedi la sentenza. Questo da noi non avviene.

Ritorniamo in conclusione ai suoi processi, quali sono i volti, le storie che non dimenticherà?

Sicuramente quelli dei familiari delle vittime dell’Eternit e della Thyssen. Li porterò sempre nel mio cuore.

Lei lascia la Procura di Torino dopo oltre 40 anni. Come le piacerebbe essere ricordato?

Guardi, preferirei essere  ricordato per quello che farò nel futuro.

Aggiornato lunedì 04 gennaio 2016 ore 14:36
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