L'anniversario

Charlie è vivo

giovedì 07 gennaio 2016 ore 13:10

Una delle nervature di Charlie Hebdo è, fin dalla nascita, l’arte del riso a largo spettro, dalla satira feroce all’ironia finissima, col corollario del famoso: sarà una risata che vi seppellirà.

Un’altra è la pratica della sfrenata libertà d’espressione.

LE ORIGINI – Comincia il progenitore Hara kiri hebdo diretto da François Cavanna. Nel novembre 1970 muore Charles De Gaulle e dieci giorni prima un incendio in una discoteca aveva causato 146 morti. In quell’occasione Hebdo titolò in copertina “Bal tragique à Colombey – un mort” (Colombey era la residenza di De Gaulle).

Il Ministero dell’Interno bloccò la pubblicazione, ritenendo offensivo il riferimento a De Gaulle, padre della patria, salvatore della Francia cui tutti si inchinavano. Tutti salvo François Mitterand al tempo oscuro deputato, l’ebreo tedesco Dany Cohn Bendit, come ebbe a chiamarlo l’Humanitè, quotidiano del PCF, e Hebdo, che decise di cambiare nome e continuare.

Si chiamarono quindi Charlie Hebdo: ecco l’ironia finissima, Charlie da Charles De Gaulle.

Molti da allora sono passati per le vignette di Charlie. I Papi, la vergine Maria, Gesù Cristo, tutti i presidenti francesi, Le Pen padre e figlia enne volte, Maometto, i jiahdisti con l’ultima vignetta tristemente profetica, intestata “Ancora nessun attentato in Francia” cui risponde il jihadista armato: “Aspettate. Abbiamo tempo fino a fine gennaio per farci gli auguri”, mentre nell’ultimo tweet del giornale campeggia il sedicente califfo Al- Baghadadi con l’augurio irridente: “E soprattutto la salute”.

L’ultima vignetta prima della strage, perchè i nostri amici redattori di Charlie non sono stati seppelliti da una risata, ma chiamati uno a uno e fucilati da un commando di neri fascisti del jihad, usciti poi inneggiando al loro Dio e gridando in perfetto francese: “abbiamo ucciso Charlie, abbiamo ucciso Charlie“, prima di ammazzare lì in strada un poliziotto in bicicletta di fede musulmana. Non in uno scontro a fuoco ma freddandolo mentre era già a terra.

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L’EREDITA’ – Oggi, a un anno di distanza, possiamo dire che no, Charlie non è morto. Molti lo speravano, non solo nel campo jihadista. Tutti quelli che dicevano: “se la sono cercata”. Tutti quelli per i quali: “bisogna essere responsabili”, da cui il direttore “responsabile”, figura istituita in Italia da Mussolini, guarda caso. Tutti quelli che: “bisogna rispettare le religioni”. Tutti quelli che: “ma questi vignettisti non saranno islamofobi”…o più tenue: “comunque rischiano di portare l’acqua al mulino degli islamofobi”. Tutti quelli che: “la libertà ha dei limiti, quella di satira doppi limiti, è ovvio”. Per non dire di quelli che ti dicono: “dai, devi ammetterlo, si tratta di due proletari che hanno ammazzato dei borghesi”.

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E’ l’idiozia totale, la betise par terre, molto più diffusa di quanto si creda, che fa il paio con quella di chi assume la guerra del terrore jihadista come guerra di liberazione dall’Occidente imperialista e colonialista – quando invece si tratta di una lotta tra oligarchie finanziarie e/o arabo musulmane con propaggini ovunque nel sistema capitalista globale, in cui la religione funziona come il classico oppio dei popoli: per il potere, il petrolio e le risorse idriche, nonché il mercato delle armi, delle droghe e degli esseri umani. Una lotta dunque che diventa conflitto armato multiplo nutrito da popoli e masse che giocano il ruolo classico di carne da cannone.

Fa ridere, se si è ottimisti, questa identificazione degli uccisi – il comunista Charb, sepolto al canto dell’Internazionale, l’anarchico Georges Wolinski, maestro disegnatore e sommo amante della bellezza muliebre, l’anti-liberista Bernard Maris, l’oncle Bernard come si firmava – con le classi dominanti e la borghesia.

Maris, forse il meno noto al grande pubblico, economista anti-liberista militante, scandaloso per l’establishment finanziario, ma con un prestigio tale da diventare consigliere della Banca di Francia, redigeva su Charlie il “journal d’un économiste en crise” – il diario di un economista in crisi – disvelando in modo semplice e irridente la natura politico ideologica dell’economia liberista, e demolendone i dogmi. Questo su un giornale satirico di vignette e fumetti, tanto per capire l’ampio spettro culturale e i tanti gradi di libertà che anima(va)no Charlie.

Pensando all’Italia, l’unico esempio che mi viene in mente è Il Giorno delle Locuste, la trasmissione d’economia a cura di Gianmarco Bachi e Andrea Di Stefano – direttore della rivista d’economia Valori – che va in onda su Radio Popolare.

Sono stati uccisi, loro più molti altri, in tutto dodici dentro la redazione, ed erano tutti irrinunciabili.

Così come irrinunciabile è il dolore e il cordoglio. Non è un vuoto che si colmerà, perché una tale intelligenza collettiva costruita fin dal maggio Sessantotto in oltre quarant’anni di amicizia, solidarietà, empatia, è stata amputata in modo irreversibile. E’ una scuola straordinaria di praxis linguistica e culturale rivoluzionaria, abilità artistica, creatività, libertà, ironia, amore sedimentata in decenni, che si voleva annichilire.

Ma così non è stato.

Tornando a un anno fa, nessuno più può prendere in giro Charb per quella frase che pareva un po’ retorica, “Je préfère mourir debout que vivre à genoux” – preferisco morire in piedi che vivere in ginocchio-, detta dopo un attentato alla sede del giornale.

E se non puoi prendere in giro il tuo direttore, perché te l’hanno ammazzato, che satira puoi fare? La tentazione è di rispondere: nessuna. Ovvero: quale spazio rimane per lo sberleffo e la libera ironia dopo un tale massacro dei tuoi amici e sconvolgimento del tuo mondo?

Insomma, è subito evidente che questo piccolo Charlie quasi decapitato, certamente stremato per disperazione, non avrà vita facile, e noi suoi amici neppure. In ognuno c’è un po’ di Charlie, salvo in quelli che pretendono di essere la polizia del pensiero, come già accadde ai tempi dell’Inquisizione, e oggi nei neri fascisti fanatici del jihad, nemici dell’umanità come i loro predecessori nazisti che portavano inciso sulle fibie dei cinturoni a croce uncinata il motto Gott mit uns, “Dio è con noi”.

Intanto migliaia di persone si incontrano, già dalla sera del 7, in Place de la Republique e saranno milioni in tutta la Francia il giorno 11. A Parigi, con in testa al corteo molti governanti del mondo e anche i dignitari – si fa per dire – dell’Arabia Saudita dove vige una implacabile tirannia waabita, che finanzia Daesh più o meno in modo semiufficiale.

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Mentre i cittadini di fede musulmana e/o origine arabo- africana sono poco presenti, rendendo palese una frattura sociale o, almeno, una lontananza.

Il 4 gennaio scorso, pochi giorni dopo la strage, il giornale era in edicola, un miracolo verrebbe da dire con la redazione devastata e il cuore sanguinante di ciascun sopravvissuto. In copertina compariva quella meravigliosa – nel senso letterale: che desta meraviglia – immagine di Maometto cui spunta una solitaria lacrima e la frase “Tutto è perdonato”, le uniche parole di perdono prununciate durante l’intera vicenda vengono dalle vittime!

E c’è anche allora qualcuno che ha il coraggio di additare il giornale come irresponsabile.

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“L’ASSASSINO CONTINUA A CORRERE” – Origina da qui la nuova epoca di Charlie, che non può essere uguale a prima, non foss’altro perché il numero speciale vende otto milioni di copie nell’intero mondo, mentre prima stava a poche migliaia ed era pieno di debiti – il genio, si sa, non produce denaro.

Col secondo numero del 25 febbraio si pianta un altro pilastro della nuova costruzione. Su una squillante copertina rossa Luz disegna una muta di cani, tra cui Marine Le Pen, il Papa, il jihadista col mitra, Sarkozy, il finanziere con la bocca piena di biglietti di banca, ecc..mentre insegue un piccolo cagnolino che fugge con Charlie in bocca.

Il senso è chiaro: Charlie sa che deve cambiare, ma la sua sarà una metamorfosi e non una mutazione genetica (la metamorfosi che, per esempio, trasforma il bruco in farfalla, modifica la forma ma lascia invariato il DNA, mentre la mutazione genetica cambia il DNA).

Concetto ribadito con nettezza dal nuovo direttore Riss, scampato per un pelo alla morte con una spalla fracassata, del cui editoriale riportiamo qualche frase: “L’oltranza e gli eccessi spesso rimproverati ai disegnatori di Charlie Hebdo, non sono in realtà che un metodo per avventurarsi lungo sentieri sconosciuti. Forse è questo che gli assassini del 7 gennaio non sopportavano. Questi in realtà non hanno mai osato niente. Si sono lasciati rinchiudere nel confort di una religione che ha già tutte le risposte e dispensa dalla riflessione e dal dubbio… Non bisogna dubitare quando si decide di entrare in una redazione per ucccidere tutti i suoi membri. I disegnatori e i redattori di Charlie passano il loro tempo a dubitare. Di tutto e soprattutto di se stessi, del loro talento, della loro ispirazione… Wolinski si poneva la questione dopo l’incendio del giornale nel 2011. ‘Non è che siamo andati troppo lontano?’ … Wolinski aveva il coraggio di esporre i suoi dubbi. Aveva fatto dell’espressione della sua vulnerabilità un’arte… ecco perché è disonesto mettere sullo stesso piano le sedicenti provocazioni dei disegnatori con la violenza degli assassini proclamando ‘se la sono cercata’… Gli attacchi di Parigi e Copenhagen sono in primis degli attacchi contro una concezione moderna dei rapporti tra gli individui, contro la pluralità delle idee e degli uomini… Ci vorrà ancora del tempo e del sangue perché tutte le religioni accettino definitivamente questo quadro democratico non negoziabile”.

Quindi nessuno stupore se sulla prima pagina del numero del 7 gennaio 2016 sotto il titolo “1 an apres, L’assassin court toujours” compare un Dio unico che corre, gli occhi spiritati e il mitra a tracolla. Chi vuole si eserciti pure allo scandalo, nell’attuale situazione del mondo assai ipocrita, comunque Charlie è vivo, il che non è poco.

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Per dirla con Italo Calvino: “ L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce ne è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni… Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio”.

 

 

PS. Riporto di seguito i nomi di tutte le persone uccise nel gennaio 2015 a Parigi in seguito all’attaco jihadsta contro la redazione di Charlie Hebdo.

Alla redazione di Charlie, il 7 gennaio. Georges Wolinski, Charb (Stéphane Charbonnier), Tignous (Bernard Verlhac), Michel Renaud, giornalista che si trovava lì per caso dovendo restituire dei disegni a Cabu, Ahmed Merabet, poliziotto ciclista, Philippe Honoré disegnatore, Moustafà Ourrad, correttore di bozze, Elsa Cayat psicologa giornalista, Bernard Maris, economista, Fréderic Boisseau portiere, Cabu (Jean Cabut) disegnatore, Franck Brinsolaro, poliziotto di scorta a Charb.

Clarissa Jean-Philippe, brigadiere della polizia municipale, disarmata, uccisa la mattina dell’8 gennaio di fronte a una scuola da Coulibaly.

Yoav Hattab, Philippe Braham, Yohan Cohen and Francois-Michel Saada, vittime prese in ostaggio da Coulibaly e uccise al supermarket kosher il 9 gennaio.

Amedy Coulibaly, Cherif Kouachi, Said Kouachi, membri del commando jihadista, colpiti a morte dalla polizia il 9 gennaio.

Aggiornato venerdì 08 gennaio 2016 ore 06:37
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