Addio a Ettore Scola

Risate e politica di un regista particolare

mercoledì 20 gennaio 2016 ore 12:01

Milano - Per raccontare se stesso, raccontò Federico Fellini. Meno di tre anni fa Ettore Scola utilizzò questo umile e riconoscente pretesto per realizzare il suo ultimo film Che strano chiamarsi Federico. Al centro dell’opera, i suoi esordi nella rivista umoristica Marc’Aurelio, in cui entrò a soli quindici anni come vignettista, grazie all’interesse di Fellini. Suo maestro e traghettatore verso la commedia all’italiana, che perfezionò attraverso la scrittura con Dino Risi, con cui sceneggiò: Il Sorpasso, Il Mattatore, I mostri, Il Gaucho.

Nato a Trevico nel 1931, Scola esordì alla regia nel 1964 e fin dall’inizio concentrò il suo interesse sulla società post bellica che andava incontro al boom economico e una passione per i personaggi deboli o emarginati. Spesso eroi positivi nel suo cinema.

La lista dei film da ricordare e da far vedere alle nuove generazioni è lunga e rappresenta un ritratto dell’Italia nato da un impegno politico e sociale in prima persona, che va di pari passo a frammenti di storia personale, come fonte di ispirazione. A cominciare da Trevico Torino, dalla parte degli operai, testimonianza della sua militanza nel PCI, di cui fece parte anche del governo ombra nell’89.

IndimenticabiliC’eravamo tanto amati, Una giornata particolare La Terrazza, La famiglia, Brutti sporchi e cattivi, Riusciranno i nostri eroi a ritrovare l’amico misteriosamente scomparso in Africa, I nuovi mostriBallando Ballando, Splendor. E gli attori e le attrici dei suoi film, da Marcello Mastorianni, a Vittorio Gassman, Monica Vitti, Stefania Sandrelli, Sofia Loren, Fanny Ardant, Nino Manfredi, Ugo Tognazzi e Massimo Troisi.

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Il suo penultimo film, prima dell’omaggio a Fellini, è del 2003 Gente di Roma, la sua città molto prima di La grande bellezza. E poi la decisione senza compromessi, di non fare più film come protesta al sistema del monopolio politico e culturale. Quasi tenendo fede a quel “Sceglieremo di essere onesti o felici?“, pronunciato in C’eravamo tanto amati.

Storie che hanno osservato e anticipato i tempi, con una visione lucida nei confronti di una società in lento decadimento, ma senza mai perdere il sorriso.

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Aggiornato giovedì 21 gennaio 2016 ore 13:47
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