L'ultimo libro

Pamuk, l’enciclopedia di Istanbul

venerdì 15 gennaio 2016 ore 06:57

Uno di quei romanzi complessi – non solo per le quasi 600 pagine – che entrano nelle pieghe della vita del protagonista e dei molti personaggi e che rendono conto allo stesso tempo del cambiamento di una grande città e della fase culturale e storica di un intero Paese.

L’ultimo di Orhan Pamuk è un romanzo dei più importanti tra quelli che ha scritto, tanto da poter essere affiancato a La casa del Silenzio e Neve.

Con La casa del silenzio, Pamuk aveva narrato l’impatto della cultura illuminista in Turchia, tramite la figura di un medico fallito intento alla traduzione degli enciclopedisti, il colpo di stato del 1980, le tensioni violente tra marxisti e fascisti che avrebbero prodotto la tragedia finale. Neve è invece lo straordinario resoconto letterario dello scontro radicale tra forze laiche ed estremismo religioso.

In questo ultimo romanzo, La stranezza che ho nella testa, Pamuk mette in scena un universo articolatissimo: la storia di Mevlut, venditore ambulante di boza, bevanda poco alcolica fatta in casa; quella di Istanbul, città che dal 1969, anno in cui un Mevlut dodicenne arriva dal villaggio, prende a crescere a dismisura fino a superare i 13 milioni di abitanti. E raccontate sono le trasformazioni annesse: le baracche sostituite dai grattacieli, la boza sostituita dalla birra e dal raki, la radio dalla televisione. Le fedi politiche subiscono nel frattempo evoluzioni e involuzioni impreviste; fattori che concorrono tutti a determinare i destini di ogni singolo personaggio.

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A fare da fil rouge una storia d’amore, attraverso la quale ci arriva un’analisi dettagliata delle tradizioni, ancora ferree negli anni Settanta, relative al matrimonio. Matrimoni combinati che vanno ancora per la maggiore e che il credo popolare immagina come quelli più riusciti. Matrimoni d’amore verso cui i giovani sono via via più attratti. E poi le fughe – o i rapimenti come vengono chiamati qui – cui secondo gli auspici della donna segue poi lo sposalizio o al contrario una convivenza accompagnata dal disonore; le vendette da parte del capostipite e dei parenti; i rituali del perdono, con baciamano del padre della ragazza rapita da parte dell’ormai marito o da colui che sta per diventarlo.

Quanto al titolo, La stranezza che ho nella testa: la prima volta che compare la parola stranezza nel libro è durante la scena clou che l’autore colloca in apertura per poi essere ripresa in tutti i dettagli molto più avanti; un abile gioco di montaggio che risulterà magistrale sia nelle ultime pagine – dedicate al legame provato da Mevlut verso Istanbul nel mentre ne percorre le strade notturne – sia nell’ultimissima frase di chiusura, che arriva a sorpresa invitando a una rivisitazione mentale a rovescio dell’intera vicenda esistenziale e amorosa.

Dicevamo, la stranezza. Ha 22 anni il venditore di boza quando viene invitato al matrimonio del cugino. Il suo sguardo si incrocia con quello di un’adolescente bellissima, una delle sorelle della sposa, la più piccola. Conquistato, prende a scriverle lettere d’amore. Lo fa per tre anni, fino a quando decidono di fuggire. Lui è troppo povero per poter chiederla al padre, e poi gli usi vogliono che la più giovane non si sposi prima di quella immediatamente precedente.

Dopo una corsa in mezzo ai cespugli, raggiungono l’auto del cugino complice che li porterà fino al treno e solo allora un lampo del temporale in corso illumina il viso della ragazza: non è lei! “Il ricordo di quell’istante, la stranezza che lo attraversò, avrebbe bussato spesso alla sua porta per tutta la vita”, scrive Pamuk.

Interdetto, Mevlut si chiede se è stato raggirato. E da chi? Si sente preso in trappola ma anche impotente a interrompere la fuga. Attraverso il personaggio di Mevlut, dei cugini, dei parenti acquisiti, dei compagni di scuola, qui Pamuk ha voluto narrare l’epopea dei diseredati che hanno dato vita alle migrazioni interne al suo Paese, abitando in baracche dal pavimento di terra battuta costruite con le loro mani.

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Chi dai villaggi, dell’Anatolia in questo caso, arriva a Istanbul, esercita mille mestieri. Come fa anche Mevlut, che oltre a vendere boza come abituale secondo lavoro, sarà venditore di yogurt, cameriere, riscossore di bollette elettriche. Una popolazione a che a macchia d’olio invade le colline disabitate intorno alla città. I muri rabberciati diventano mano a mano di cemento, il tetto di lamiera viene sostituito da altre stanze al primo piano. Villette arrangiate che poi lasciano spazio a palazzoni di molti piani alzati dagli speculatori.

Sulle colline convive gente di varia provenienza, compresi i curdi. Seguono le persecuzioni, con feriti e qualche morto. Cosa che costringe curdi e aleviti a lasciare le loro abitazioni per rifugiarsi più lontano a dissodare altro terreno demaniale per le loro case rifugio.

Ricordiamo che Pamuk nel 2005 è stato incriminato dallo stato turco per aver denunciato in alcune interviste il massacro di un milione di ameni e 30 mila curdi in Anatolia durante la prima guerra mondiale. Tra i curdi del romanzo c’è un amico di liceo di Mevlut, Fernhat, che lo attrae anche per le sue idee di sinistra. Mevlut ha abbandonato il liceo, ma il suo desiderio di arrivare all’università, venuto meno per leggerezza e ragioni di sopravvivenza, resta come una fiamma dentro di lui e viene proiettato sulle proprie figlie. Chissà se loro ce la faranno.

Intanto con l’età e l’evolvere della situazione nell’intera Turchia, le istante politiche dei due amici impallidiscono, resta la loro umanità quando da esattori delle bollette sono generosi con chi tra i ritardatori non fa il furbo, ma è in vere ristrettezze economiche. Mevlut si avvicina, seppur vedendolo sempre più di rado, a un vecchio religioso, moderato e saggio a differenza dei suoi discepoli sempre più scalmanati.

L’amico Fernhat, che nel frattempo ha sposato la ragazza bellissima amata anni prima da Mevlut, per una mossa avventata fa una brutta fine, lasciandola vedova e libera. E da qui può iniziare una seconda parte della vicenda sentimentale.

Che un uomo sposi una donna e ne ami la sorella, va detto non è cosa rara, rara lo è semmai in letteratura. Pensiamo a Diego Rivera che sposò Frida Kalo e divenne amante di sua sorella Cristina. Pamuk sa trattare però l’argomento in modo non banale e neanche l’esito dell’intreccio amoroso-affettivo è scontato. Cosa non da poco.

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Se c’è un ingrediente cui fa difetto questo romanzo, è il senso della fatica. Dopo il lavoro di cameriere o di ambulante, che sappiamo già essere dei più pesanti, su e giù per le strade in salita e discesa del quartier scelto per quella notte, Mevlut va a vendere boza con il giogo di legno sulle spalle da cui pendono i pesanti secchi della bevanda e i sacchettini di ceci e di cannella da accludere. Quella fatica non c’è. Facciamo comunque che, benché sottintesa, concorra all’ossessione di Mevlut per quell’attività sempre meno remunerativa ma che lo porta in un universo tutto suo, e possa essere registrata sotto la parola stranezza.

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Orhan Pamuk

La stranezza che ho nella testa

Traduz. Barbara La Rosa Salim

Einaudi 574 pagine, 22 euro

 

 

Aggiornato lunedì 18 gennaio 2016 ore 13:12
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