California

L’attacco ai sindacati

martedì 12 gennaio 2016 ore 10:00

Come spesso avviene, il dibattito legale cui si assiste in queste ore nell’aula della Corte Suprema degli Stati Uniti avrà enormi conseguenze sulla società e la politica americane.

I nove giudici della Corte stanno infatti esaminando il caso portato nella capitale USA da dieci insegnanti californiani, che dicono che la quota associativa che sono obbligati a pagare al sindacato viola il Primo Emendamento, quello che tutela la libertà di espressione e di culto – forse il più sacro e inviolabile tra i diritti americani.

Per la legge della California, e per almeno altri venti Stati americani, i lavoratori pubblici che decidono di non aderire ad alcun sindacato devono comunque pagare il cosiddetto “agency fee”, una certa somma di denaro che serve a coprire le spese per le attività di contrattazione che il sindacato compie a vantaggio di tutti i lavoratori – anche quelli che non ne fanno parte.

Il pagamento dell’“agency fee”, riconosciuto da una sentenza della Corte Suprema del 1977, è però da anni sotto attacco, soprattutto ad opera di gruppi e fondazioni conservatrici. Si dice infatti che la contrattazione collettiva con il governo è “sempre e comunque politica” e che i lavoratori sono costretti a pagare di tasca propria per posizioni politiche, quelle del sindacato, che non condividono; un fatto dunque di violazione dei diritti individuali, di soggezione forzata dell’opinione del singolo a quella di un’associazione collettiva. Di qui la causa intentata da dieci insegnanti del Golden State, che è arrivata alla Corte Suprema con la dicitura legale Friedrichs v. California Teachers Association, No. 14-915.

In realtà, dietro i dettagli legali, c’è un caso che potrebbe avere conseguenze enormi sul sindacato americano, già seriamente provato da anni di emorragia di iscritti, sconfitte contrattuali, diminuzione di influenza (tranne, forse, che nel settore della grande ristorazione). Una sentenza dei giudici della Corte a favore dei dieci insegnanti equivarrebbe infatti a una vera e propria débâcle finanziaria. A poter scegliere di non pagare la quota associativa sarebbero infatti non soltanto quelli che non condividono le battaglie del sindacato, ma anche tutti quei lavoratori che mirano semplicemente a risparmiare, continuando comunque a godere dei servizi del sindacato.

L’avvocato delle unions, durante la discussione in aula, ha definito “un’astuzia” la richiesta di non pagare più l’“agency fee”. I non-membri hanno già oggi infatti la possibilità di ottenere un risarcimento dal sindacato per attività politiche che non condividono: per esempio, campagne e propaganda a favore di certi candidati. Diversa però, aggiungono le unions, è l’attività di contrattazione collettiva, che viene svolta a favore di tutti i lavoratori e di cui tutti devono accollarsi “il giusto onere”. Questo tipo di interpretazione è del resto fatta propria dall’avvocato dello Stato della California, che riconosce che “contrattare con il governo californiano ha sicuramente implicazioni politiche”, che sono però meno importanti della necessità del governo stesso di “gestire i propri spazi di lavoro”. In altre parole, la California appoggia il sindacato in nome della possibilità di avere un interlocutore unico con cui negoziare paghe e orari.

L’opinione di unions e California non sembra aver però convinto la maggioranza dei giudici – la Corte è divisa tra cinque conservatori e quattro liberal. Il giudice Anthony Kennedy ha parlato dello sconforto di un lavoratore “costretto a pagare 500 dollari per sostenere opinioni politiche che non condivide”. E Antonin Scalia ha fatto notare che i sindacati federali, quelli che hanno a che fare con il governo centrale, non fanno pagare alcuna “tassa ai non-membri, eppure prosperano lo stesso”.

Una decisione della Corte è attesa nei prossimi mesi. Da quello che si è visto, è ascoltato, in aula, non sembra però esserci molto spazio per dubbi o interpretazioni. La quota sindacale cui i non-membri vengono soggetti sarà, con ogni probabilità, cancellata. La decisione dovrebbe coinvolgere almeno dieci milioni di lavoratori e avere pesanti effetti sulle casse, e l’influenza, del sindacato stesso.

Aggiornato martedì 12 gennaio 2016 ore 18:59
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