stefano rodotà

La libera scelta dell’amore

domenica 31 gennaio 2016 ore 07:00

Stefano Rodotà è uno dei più acuti giuristi europei. I suoi studi e le sue ricerche sono dedicati all’affermazione dei diritti. Con il suo ultimo lavoro (Diritto d’amore, Laterza, 2015) chiude un capitolo di una ricerca sul rapporto tra le regole e la vita iniziata alcuni anni fa.

Diritto e amore, come normare l’imprevedibile? Rimuovendo i vincoli impropri del diritto – sostiene Rodotà – che nella nostra storia hanno costretto, ristretto, l’amore in uno spazio di non libertà. L’amore come libera scelta. Ma si può definire l’amore? Problema irresolubile, per il professore. Nell’intervista a Memos Rodotà parla anche di matrimonio egualitario, unioni civili, del conflitto tra la Costituzione aperta nei principi ai nuovi diritti e la sua lenta attuazione. Una lentezza che – secondo il giurista – dipende da una “assoluta debolezza culturale” dell’Italia. Perentoria poi la conclusione di Rodotà: “Non c’è alcuna ragione che si opponga al riconoscimento pieno dei diritti delle coppie dello stesso sesso”.

Come possono stare insieme diritto e amore, visto che tra le due espressioni sembra esserci una contrapposizione irrisolvibile?

«È la ragione che mi ha spinto a scrivere questo libro che ha un antecedente in un altro libro di qualche anno fa che aveva come titolo La vita e le regole. La domanda che mi ero posto – dice Rodotà – era proprio questa: fino a che punto il diritto può impadronirsi della vita delle persone? In quel libro mi sembrava che ci fosse una lacuna o un non detto, perché un punto estremo, per quanto riguarda il rispetto della vita, è certamente l’amore. Mi sembrava che mancasse un capitolo e allora l’ho affidato a questo piccolo libro. Cito sempre Montaigne perché ero stato colpito da una sua frase molto tempo fa: “La vita è un movimento ineguale, irregolare e multiforme”. Esattamente l’opposto delle caratteristiche che vengono attribuite al diritto e che il diritto deve avere: uniformità, egual modo di trattare le persone, regolarità. L’amore, in questo senso, è proprio l’estremo opposto: la libertà, la volubilità.

Si dice forse una banalità – prosegue il professor Rodotà – ma partendo dalla premessa che ognuno di noi è diverso dagli altri, allora il modo in cui ciascuno di noi istituisce questa relazione d’amore, molto forte e determinante per la vita, difficilmente può essere sottomesso a regole costrittive. Il punto è quello di liberare l’amore dai vincoli impropri del diritto. La mia conclusione è che l’amore può conoscere solo una bassa istituzionalizzazione. Le regole accettabili, coerenti con il rapporto amoroso, sono solo quelle che consentono alla coppia, a due persone, di essere messi nella condizione di costruire liberamente questo tipo di rapporto. Alcune regole certamente servono (impedire sfruttamenti tra le persone e violenze, favorire lo svolgimento di questo rapporto nel modo migliore), ma non si può pretendere poi di sottomettere l’amore a regole costrittive».

Professor Rodotà, si può dare una definizione dell’amore? Quella del diritto possiamo dire che è abbastanza chiara, meno soggetta ad interpretazioni individuali. In quella dell’amore, invece, ciascuno di noi potrebbe esercitarsi liberamente e ciascuna definizione essere valida per sè. È un problema definire l’amore?

«Potrei dire – risponde il giurista – che è quasi un problema irresolubile. Attraverso la definizione io cerco di imporre un punto di vista proprio laddove, invece, i punti di vista delle persone che compongono la coppia dovrebbero essere completamente rispettati. Sono le stesse persone che definiscono, stabiliscono, l’amore. Non si può dire: “Ah, guarda, quello che tu credi essere un rapporto amoroso in realtà non lo è!” Con quale autorità un soggetto esterno può arrivare a questa conclusione? Chiarisco il punto a cui lei aveva fatto riferimento prima: il diritto non deve disinteressarsi, anzi. Ci sono alcune parole nella Costituzione che sono molto significative e che rappresentano una guida in questa direzione. Ad esempio, l’articolo 3 parlando di eguaglianza dice: “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli”. Allora, quante volte nella vita di ogni giorno, e più che mai in questo periodo, sentiamo parlare giustamente del precario, del disoccupato, che non può lasciare la propria casa, non può sposarsi, non può costituire una famiglia? Ecco, questi sono gli impedimenti, economici in questo caso, che impediscono la libera costruzione del rapporto d’amore. In questi casi il diritto deve intervenire. Altro esempio: quando nella Costituzione, all’articolo 36, si parla di “esistenza libera e dignitosa” – che deve essere garantita attraverso la retribuzione – si indica un ostacolo economico che certamente rende difficile o impossibile l’esistenza libera e dignitosa. In questa libertà e dignità l’amore sta in primissimo piano».

Nella nostra Costituzione, però, non c’è mai un riferimento esplicito all’amore. È così?

«Non c’è alcun riferimento nella Costituzione. Posso sbagliare, perché forse in qualche piega della migliaia e migliaia di leggi potrebbe esserci anche una volta la parola “amore”, però non mi risulta. La parola “amore” – spiega Rodotà – compare nelle sentenze quando si affronta qualche caso specifico, mentre la legge, opportunamente, si astiene dal citarla. C’è però un’ipocrisia: la legge non nomina l’amore, ma se ne impadronisce; non lo nomina, ma vuole regolarlo; non nomina l’amore, ma impedisce persino la libertà di innamorarsi. Il fatto che in alcuni paesi l’amore tra persone dello stesso sesso sia considerato ancora un reato  ci dice che questo problema è davanti a noi. Oggi ne discutiamo in un’altra maniera, ma in passato la libertà di innamorarsi era assolutamente preclusa, anche quando non c’era una norma esplicita. La stigmatizzazione sociale, ad esempio, ancora oggi non permette di inserire nel nostro ordinamento una norma che sanzioni l’omofobia. Il diritto appare silenzioso, non perché voglia dare tutto il suo sostegno all’amore ma perché – nella maggior parte dei casi – vuole negarglielo. Non a caso in Italia andiamo avanti da quasi vent’anni con la discussione sulle unioni civili e il legislatore è rimasto silenzioso mentre tutto il resto del mondo galoppa».

Se l’amore è una libera scelta, dovremmo allora pensare che per far valere questa libertà c’è bisogno proprio del diritto che la riconosca e la renda opponibile agli altri. E, invece, lei sostiene che il diritto può far male all’amore.

«L’atteggiamento assunto da chi adopera il diritto, i legislatori, è stato quello di ritenere l’amore pericoloso, tale da poter turbare l’ordine sociale – ricorda il professor Stefano Rodotà -. In Italia, fino alla riforma del diritto di famiglia del 1975, agli sposi durante la celebrazione del matrimonio veniva letto l’articolo 145 del codice civile che cominciava con le seguenti parole: “il marito è il capo della famiglia”. E’ una specie di negazione dell’amore che dovrebbe essere paritario. Era proprio un bell’augurio quello rivolto alla moglie, a cui si diceva di fatto: tu, da questo momento in poi, entri in un rapporto di subordinazione ad un’altra persona. Tutto ciò era in palese contraddizione con l’amore. L’amore non veniva nominato, ma la gerarchia stabiliva quali fossero le condizioni legittime per esercitare l’amore: la subordinazione, l’obbedienza. Arriviamo così ad un punto molto significativo e delicato: e cioè che ad essere penalizzate sono state storicamente sempre le donne. E’ del tutto evidente».

Ma questa gerarchia che attacca le donne e costringe l’amore è stata in buona parte superata. Grazie al diritto. Il diritto, anche in questo campo, può quindi essere progressivo, professor Rodotà?

«Grazie alla Costituzione in Italia questa struttura gerarchica del rapporto d’amore formalizzato, cioè del matrimonio, è stata cancellata. Oggi c’è – come dice la Costituzione – assoluta uguaglianza morale e giuridica dei coniugi, ma si è dovuto aspettare il 1975, anche se era già scritto nella nostra Costituzione a partire dal 1948. Un testo, quello del ’48, che parla proprio di un matrimonio ordinato sull’eguaglianza morale e giuridica dei coniugi».

E, allora, professor Rodotà, com’è stato possibile che per quasi trent’anni ci sia stato un conflitto così chiaro, evidente, tra la Costituzione che parlava di eguaglianza tra i coniugi e il codice civile che invece imponeva il marito come capofamiglia?

«L’attuazione della Costituzione è stata e rimane un percorso faticoso. I principi e i diritti scritti nella Carta hanno sempre faticato a diventare regola applicabile nella vita quotidiana. All’assemblea costituente, anche personalità importanti, non si rendevano conto che quello era un passaggio fondamentale. Questa vicenda appartiene a quella che è stata chiamata l’inattuazione costituzionale. Alla fine degli anni ’50 e ’60 si cominciò a dire che c’era il disgelo costituzionale. Ma il disgelo è stato lungo, per i rapporti di questi tipo, tanto che la gerarchia è rimasta, spesso, temperata solo dall’intelligenza dei magistrati. Non sempre, però. Se lei pensa che nel 1961 la Corte costituzionale dovette occuparsi di una norma del codice penale che prevedeva per l’adulterio della moglie il reato e per il marito nulla! Ora, non c’era niente di più clamorosamente vivente di una disparità di trattamento, di una violazione dell’uguaglianza. La Consulta nel ’61 disse, nella buona sostanza, che tale disuguaglianza poteva essere mantenuta. Ci sono voluti poi sette anni prima che ci fosse un ravvedimento operoso, nel 1968. Quindi, possiamo dire che si progredisce quando c’è una spinta sociale forte, una consapevolezza diffusa, quando la politica riesce a rendersi conto che ci sono dei limiti all’uso della legge come strumento per impadronirsi della vita delle persone».

La contrapposizione tra la Costituzione e le norme ordinarie ne fa venire in mente un’altra: quella tra la Costituzione e una legge ancora non scritta in Italia, come quella sui matrimoni egualitari. In questo caso abbiamo una Costituzione che quando parla di matrimonio (articolo 29) si riferisce ai coniugi senza indicarne il sesso. Eppure si invoca proprio la Costituzione per non fare una legge sul matrimonio egualitario, o per farne una circoscritta solo alle unioni civili. Com’è possibile?

«In una brutta sentenza della Corte costituzionale del 2010 – ricorda il professor Rodotà – si dice che c’è una tradizione immemorabile che giustifica il no ai matrimoni egualitari. Ma la tradizione non è normativa. Inoltre, in quella sentenza si fa un ragionamento giuridico per me debolissimo e infondato: si dice che il codice civile prevede ancora la differenza di sesso tra i coniugi. Ma dov’è l’errore in questa constatazione? Il codice civile è una legge ordinaria e quindi è subordinata alla Costituzione. Il fatto che la Costituzione abbia taciuto sulla differenza di sesso non può permettere di colmare questo vuoto ricorrendo al codice civile. La Costituzione, con il suo silenzio, ha lasciato il legislatore libero di intervenire: questo è il modo corretto di ragionare. Non si può trarre dal silenzio una norma di divieto».

In quella sentenza, professor Rodotà, la Consulta sostiene anche il principio che i costituenti non potessero non sapere del divieto al matrimonio omesessuale contenuto implicitamente nel codice civile del 1942. Le sembra plausibile questo ragionamento?

«L’argomento del silenzio in tutte le teorie dell’interpretazione, giuridica o no, è un argomento scivolosissimo al quale non si dovrebbe ricorrere se non in casi estremi e mai quando il silenzio viene usato per negare diritti fondamentali. Nel nostro ordinamento l’accesso al matrimonio è già un diritto riconosciuto. Ma ci sono alcune persone che sono escluse dall’esercizio di questo diritto. E quindi, se torniamo al ragionamento fatto prima sugli “ostacoli” e sul compito della Repubblica di rimuoverli, anche questo ostacolo dovrebbe essere rimosso, e cioè l’esclusione di alcune persone dall’accesso al matrimonio. Qui – fa notare Rodotà – c’è un’evidente disuguaglianza che nasce anche dal fatto che l’Italia ha firmato la Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea, la quale indica esplicitamente l’orientamento sessuale tra le cause di non discriminazione.

Noi siamo ancora prigionieri, e lo vediamo dalla discussione di questi giorni, di un’idea matrimoniale che è legata ad una sua particolare storia, certo una tradizione milleneria ma solo di una parte del mondo. Stiamo parlando di una tradizione culturale dell’Occidente e che l’Occidente stesso sta abbandonando. Noi siamo circondati da paesi che hanno già riconosciuto, con pieno sostegno delle corti costituzionali, il matrimonio egualitario: Portogallo, Spagna, Francia, Svizzera, Slovenia, Norvegia, Danimarca, Inghilterra. In questi giorni, quando sento usare l’argomento secondo il quale alcune cose non si possono fare nella cattolicissima Italia, allora penso al paese che sembrava il più cattolico d’Europa, l’Irlanda, che con un referendum ha detto sì ai matrimoni egualitari. Noi siamo in questo momento in una condizione, se posso permettermi di usare questa espressione, di assoluta debolezza culturale che poi si traduce nella cattiva politica. L’assenza di riferimenti in Costituzione avrebbe dovuto far concludere che il legislatore è libero di decidere».

Per concludere, professor Rodotà. Perché non si riesce, o comunque si fa molta fatica, a far approvare anche solo una legge sulle unioni civili, quindi diversa dal matrimonio egualitario? Eppure si tratta solo di accordare qualche diritto in più ad alcuni senza togliere alcunché ad altri.

«E’ assolutamente così. Anche in quella criticabile sentenza della Consulta, che abbiamo citato prima, si dice che esiste un “diritto fondamentale” a vivere “liberamente una condizione di coppia”. E’ un’indicazione. Non solo. L’Italia è stata condannata l’anno scorso dalla Corte europea dei diritti dell’uomo proprio perché non c’è una legge sulle unioni civili che vada in questa direzione. Alcuni sono disposti a concedere il solo riconoscimento dei diritti economici, ma la Corte europea di Strasburgo ha detto che non basta. Quindi noi non solo siamo attardati culturalmente, ma siamo politicamente anche un po’ analfabeti quando si fa questo tipo di discorsi. Non c’è alcuna ragione – conclude il professor Rodotà – che si opponga al riconoscimento pieno dei diritti delle coppie dello stesso sesso».

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Aggiornato lunedì 01 febbraio 2016 ore 11:28
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