Terrorismo

Come si finanzia lo Stato islamico

martedì 05 gennaio 2016 ore 09:49

Lo jihadismo qaedista si è sviluppato in Iraq contando principalmente sui finanziamenti provenienti dai paesi sunniti del Golfo in chiave confessionale anti-sciita e anti-iraniana.

La maggior parte di quel fiume di denaro era donazioni di privati, con il compiacente silenzio dei governi. Da quando sono entrati in vigore le sanzioni, prima statunitensi ed europee e poi dell’Onu, contro i finanziamenti ai movimenti terroristici, Al Qaeda di Zarqawi ha ottenuto un colpo mortale che ha permesso di ridurla alla marginalità.

Dalle ceneri di quell’organizzazione terroristica è nata Daesh e il suo sedicente califfato, che si sono organizzati come una struttura statale e di conseguenza hanno diversificato le fonti di finanziamenti. Oltre ai proventi del petrolio, venduto al mercato nero, ci sono i saccheggi delle banche irachene, siriane e libiche, la vendita di contrabbando di tesori archeologici, lo sfruttamento del traffico di esseri umani, i riscatti per la liberazione dei rapiti locali e/o stranieri, il pizzo sulle attività economiche, la vendita delle case degli sfollati e le regolari tasse e servizi nei territori da loro controllati.

Per circa il 10 per cento soltanto del proprio fabbisogno, Daesh dipende dai contributi provenienti dai Paesi del Golfo e in generale dall’estero.

Tutti i Paesi del Golfo ufficialmente si dichiarano contrari alle politiche e alle pratiche di Daesh, ma per lungo tempo, nel nome della lotta contro Bashar Assad e contro Teheran, i servizi segreti di questi paesi hanno fornito addestramento, armamenti, reclutamento e finanziamenti occulti agli jihadisti che prima o poi sono passati nelle file di Daesh.

Soltanto un anno e mezzo fa, il 31 luglio 2013, il responsabile dei servizi di sicurezza sauditi, Bandar Bin Sultan, ha velatamente lanciato un messaggio al presidente russo Vladimir Putin, per convincerlo a mollare al suo destino Bashar Assad, con l’argomentazione degli stretti legami che il regno intrattiene con lo jihadismo.

Probabilmente la leadership saudita non ha imparato dall’esperienza qaedista che si è ritorta contro il regno e ha rappresentato una seria minaccia agli inizi del Duemila, subito dopo l’invasione di George W. Bush dell’Afghanistan e la guerra in Iraq e la conseguente diaspora di ritorno degli jihadisti sauditi. Lo stesso scenario si sta ripetendo oggi con il terrorismo in Siria prevalentemente promosso, armato e finanziato dalle monarchie del Golfo e che nella propaganda delle sue ali estreme minaccia di rovesciarle in quanto affiliate e protette dal “grande satana occidentale”, come suona il linguaggio macabro dei tagliatori di gole.

Il canale usato preferibilmente per finanziare le formazioni jihadiste è quello delle donazioni private e la raccolta della Zakat, un tassa religiosa islamica volontaria. Si valuta che il fiume di denaro che finisce nelle casse del sedicente califfato sia attorno ai dieci milioni di dollari al mese, in arrivo prevalentemente dall’Arabia Saudita. Questi soldi finiscono in Siria seguendo percorsi bancari molto contorti, per approdare in Turchia e poi trasformarsi in denaro liquido portato in Siria. In altri casi serve a finanziare gli acquisti di armi e di altre merci da destinare ai movimenti jihadisti, con triangolazioni via Paesi al di sopra di ogni sospetto, compresa le stesse Italia e Germania.

Questi trasferimenti via sistema bancario internazionale si stanno sempre più assottigliando a causa delle raccomandazioni e risoluzioni dell’ONU e le pressioni delle potenze europee e statunitense sui governi dei paesi del Golfo. Ma non si è del tutto prosciugato, perché vengono utilizzati i canali per il riciclaggio del denaro sporco e delle frodi fiscali, sistema che trova terreno fertile in Turchia.

I finanziatori di Daesh sono spesso uomini d’affari ricchissimi e predicatori religiosi di posizioni estremiste – nell’ordine sauditi, kuwaitiani, qatarini ed emiratini, secondo il centro studi strategici di Bagdad. Il quotidiano di Riad, Al Watan, afferma che i privati sauditi rimangono al primo posto nel fare affluire soldi nelle casse di Daesh. Anche se alcuni paesi tendono ufficialmente ad appoggiare altri gruppi jihadisti rivali di Daesh, ciò non significa che singole moschee o privati con idee diverse non possano finanziare il Califfato.

I nomi dei finanziatori sono raramente resi pubblici, tranne che nelle liste del Tesoro Usa. Ma nel frattempo i media di paesi rivali nella regione si lanciano accuse reciproche. Siti libanesi vicini al regime di Damasco accusano l’intelligence saudita. Pochi giorni fa, l’emiro Hassan di Giordania è stato chiaro nelle sue accuse. “Se non sono i paesi del Golfo a finanziare Daesh, chi sarebbero i suoi finanziatori?”, ha detto in un’intervista a France 24.

Spesso la raccolta di fondi avviene pubblicamente nelle moschee alla conclusione delle preghiere collettive, ed è gestita da opere di carità e organizzazioni non governative, impegnate a “sostenere i fratelli musulmani che combattono contro lo straniero e contro i nemici della fede”. L’effettiva motivazione di molti finanziatori è quella di contrastare gli sciiti e l’influenza dell’Iran nella regione, come ha detto il miliardario salafita Khaled Salman. Queste operazioni sono legali: le Ong sono registrate e operano in molti angoli del mondo aiutando i poveri. Per far arrivare i soldi in Siria, si usa un sistema parallelo: i soldi vengono spostati tramite agenzie di cambio: “Basta una password per ritirare il denaro, e il codice si può ricevere anche via WhatsApp”. O, meglio ancora, mazzette di contanti passano attraverso “corrieri” che vanno direttamente in Siria con il denaro, o attraverso il sistema dell’hawala, scambi di denaro basati sulla fiducia che non lasciano traccia.

In Arabia Saudita lo scorso giugno sono state approvate norme più restrittive. Il Ministero dell’Interno ha emesso una circolare che vieta di aprire conti correnti per raccogliere fondi senza un’autorizzazione scritta governativa. Chiunque lo faccia “sarà perseguito penalmente e saranno confiscate tutte le somme raccolte e messe sotto sequestro giudiziario tutte le sue proprietà”. E già nei primi otto mesi del 2015 sono stati congelati i depositi e sequestrati i patrimoni di individui e associazioni condannati per aver raccolto 34 milioni di dollari per l’Isis (nella classifica delle confische la città di Ryad occupa il primo posto).

Negli ultimi due anni, in Arabia Saudita, i processi per finanziatori di Daesh sono stati oltre 600 e tra le esecuzioni del 2 gennaio vi erano alcuni affiliati a cellule jihadiste condannati con l’accusa di raccolta fondi a favore di movimenti terroristici.

Aggiornato martedì 05 gennaio 2016 ore 14:50
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