Massimo Conte

Stazione Centrale non è più uno spazio pubblico

mercoledì 02 dicembre 2015 ore 15:40

Le ruspe, metaforicamente parlando, sono all’opera. Alla Stazione Centrale di Milano prendono la forma di grossi cancelli di ferro, disposti lungo tutto il perimetro esterno dell’edificio, a sigillare ogni angolo riparato, ogni anfratto, ogni possibile appoggio. La posa dei manufatti è in corso proprio in questi giorni: trentacinque grate di ferro, alcune delle quali mobili, la cui installazione era stata annunciata già nel 2010 da Grandi Stazioni (con la benedizione della giunta morattiana). Lo scopo, dichiarato, di questa decisione è evitare lo stazionamento di persone, senzatetto e migranti, durante le ore notturne. Tecnicamente lo spazio della stazione è privato e la società che lo gestisce può farne quello che vuole. Ma, idealmente, si tratta di uno spazio pubblico, e politicamente una città che marginalizza il disagio e la povertà ne risponde. Massimo Conte è ricercatore di Codici – Agenzia di ricerca sociale di Milano.

Ha visto le cancellate? Da sociologo, osservatore della metropoli e anche da cittadino, che effetto le hanno fatto?

Come prima cosa risulta evidente che la Stazione Centrale non è uno spazio pubblico e diventa, anzi, a tutti gli effetti uno spazio privato a cui si può accedere solamente per finalità legate alla missione aziendale di Ferrovie dello Stato. Per inciso, bisogna ricordare che tale missione si è modificata negli ultimi anni: non più solo luogo a cui si accede per poter prendere un treno ma anche luogo di consumo e di commercio. E quindi, se non sei fruitore dei treni e se non sei diretto in uno dei tanti luoghi di consumo costruiti all’interno della stazione, cominci a non trovare il tuo posto in quello che fino a non molto tempo fa era uno spazio pubblico. E anzi, uno spazio pubblico storicamente molto importante: le stazioni sono sempre state luogo in cui le persone cercavano rifugio e protezione, non solo un ausilio meccanico alla propria mobilità ma anche un luogo dove poter trovare calore e ristoro quando si trovavano in condizioni di vita difficili e faticose.

La stazione, quindi, come luogo privato. Lo scopo, dichiarato, di questo intervento deciso da Grandi Stazioni, è quello di impedire lo stazionamento di senza tetto e clochard.

Forse è proprio questa la tendenza culturale degli ultimi anni: a essere vittime del processo di resa igienica degli spazi sono proprio le persone che portano negli spazi gli usi più irrituali e meno istituzionalmente codificati. In questo caso oggetto dell’igienificazione sono proprio le persone che alla stazione accedono non per viaggiare ma perchè hanno altri bisogni, legati alla sfera della sopravvivenza e non a quella del consumo. Io vedo in questa scelta di Grandi Stazioni una traduzione letterale di questo processo di igienizzazione degli spazi e di messa ai margini di chi non rientra nelle funzioni solitamente centrate sul consumo, una tendenza che riguarda tutta la società. Dietro le politiche del decoro mi pare ci sia proprio il tentativo di nascondere il fatto che ci sono più o meno ampi settori della nostra società che non vivono in quanto consumatori ma in quanto portatori di altre esigenze e bisogni.

E’ un processo che vede in atto in altri luoghi o contesti in questi anni?

Devo dire che, per fortuna, le politiche di questi ultimi anni del Comune di Milano hanno cercato di invertire un po’ la rotta. Però ci ricordiamo bene come negli anni di governo del centrodestra le politiche contro chi viveva in strada erano sotto gli occhi di tutti, dalla riduzione del numero di posti per l’emergenza freddo alla copertura delle grate della metropolitana da cui fuoriusciva aria calda. Mi sembra quindi che questa decisione di Ferrovie dello Stato vada proprio in controtendenza rispetto a una politica cittadina che aveva perlomeno cominciato a interrogarsi e a cercare di intervenire a sostegno di chi vive in una condizione di fragilità. Se però guardiamo il panorama nazionale soprattutto al nord, sono molte le città che hanno esplicitamente avviato una campagna contro le persone senza fissa dimora (per esempio intervenendo sulle panchine e sulla possibilità di stazionarvi). Il dibattito è un po’ sempre quello: la questione è se le persone che vivono fuori dal circuito della cittadinanza basata sulla capacità del consumo abbiano o meno diritto a vedere garantita la propria possibilità di vita e di sopravvivenza. E questo è un discrimine culturale che negli ultimi anni è stato periodicamente messo in discussione e rispetto al quale bisogna essere molto attenti: dietro la politica del decoro, dell’igienizzazione dello spazio pubblico, c’è sempre una politica di esclusione. Ovviamente inaccettabile.

Aggiornato giovedì 03 dicembre 2015 ore 19:04
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