La recensione

L’Africa disperata di V.S. Naipaul

lunedì 14 dicembre 2015 ore 18:12

Succede anche ai più grandi – e Naipaul è da considerarsi certamente uno dei più grandi narratori contemporanei – che la vecchiaia possa appannare il talento mostrato nella giovinezza e nella maturità. E per Naipaul possiamo forse dire lo stesso. Di certo è che sia il romanzo d’esordio, Il massaggiatore mistico del ’57, proposto da Adelphi due anni fa, sia Sull’ansa del fiume fresco di stampa ma risalente al 1979, mostrano lo scrittore al suo meglio.

L’Africa è quella del Congo diventato Zaire, dopo il colpo di stato di Mobuto, che ha fatto assassinare Patrice Lumumba primo presidente ad essere eletto democraticamente. Mobuto è il dittatore che appoggiato dal Belgio e dagli Stati Uniti imperversa a lungo creando, a sostenerlo, un forte culto della personalità. Né Lumumba né Mobuto vengono nominati nel romanzo, al dittatore ci si riferisce come a il Grande Uomo, ma la temperie e il periodo storico sono quelli. Sotto una patina di anticolonialismo, dove i funzionari e i piccoli burocrati appellano la gente con il nome di “cittadino”, circolano la corruzione e il ricatto, dai livelli più alti della piramide fino al basso, al poliziotto e all’impiegato che esigono la mazzetta per qualsiasi cosa. A chi tenta di sottrarsi non restano che le bastonate, la cella o peggio. Cinismo e disperazione dilagano.

Il punto di vista del lungo romanzo di 327 pagine è particolare, quello dei figli, nati in Africa da famiglie indiane emigrate nel tempo in quelle terre. Protagonisti, giovani di seconda o terza generazione, figli perlopiù di commercianti. C’è chi, grazie alla finanza ha fatto i soldi. Sono indiani per tradizione famigliare dunque, per il tessuto di relazioni in cui vivono, ma anche africani, perché nati e vissuti lì.

Indar, di un ceppo più che benestante ma destinato a perdere quasi tutto, va in Inghilterra per gli studi universitari, una specie di fuga che è nella testa di quasi tutti quelli come lui, pensando di non tornare più, cosa che invece sarà costretto a fare. Nel romanzo approda al cinismo, non meno distruttivo delle illusioni che aveva all’inizio. Il suo amico Salim, protagonista principale e voce narrante di cui seguiamo passo passo le vicende, decide di restare, la sua fuga è un’altra, dalla costa africana orientale dove risiedono i suoi, al cuore del continente. Una cittadina sull’ansa del fiume percorso da un battello carico di merci, tutte fabbricate in Occidente. Tranne il cibo con cui nutrirsi e neanche tutto, il resto proviene dai paesi dei bianchi. E questo è un motivo ricorrente e ossessivo, l’impotenza degli africani di fronte a merci di uso quotidiano, una bacinella smaltata, dei sandali di gomma, tutti fabbricati non dalle loro mani. Intorno la foresta, con i villaggi disseminati all’interno e le loro piroghe che arrivano periodicamente al porto per i commerci. Non ci sono strade che conducono a quei villaggi, i cui abitanti del resto preferiscono non essere rintracciabili, memori di repressioni e eccidi sempre rinfocolati.

Salim acquista un bazar e un appartamento da un commerciante che dopo il primo colpo di stato è emigrato in uno stato confinante. La situazione economica è dura ma a poco a poco l’attività riprende e Salim comincia a mettere da parte qualche risparmio. In lui un duplice sentimento, la voglia della fuga ma anche la sensazione che in quel posto ci resterà a lungo. Fino a quando le cose precipiteranno con una stretta e decide di espatriare. Deve però mettere insieme il capitale necessario, perché i risparmi gli sono stati rubati ed è stato nazionalizzato il negozio. Ora è senza risorse e per questo approda al cinismo che era dell’amico Indar: prende a contrabbandare zanne da cui si ricava l’avorio e a condurre qualche altro sporco traffico.

L’Africa ha le tensioni, il clima allucinato, il paesaggio minaccioso di Joseph Conrad. La tenuta del potere repressivo voluto dal Grande Uomo che sgocciola fin negli anfratti più lontani dalla capitale, anche lì sull’ansa del fiume, è narrata con grande lucidità. Ma in Naipaul non esiste una prospettiva di riscatto o liberazione. Siamo agli antipodi della visione illuminista e progressista delle epopee africane narrate da Nadine Gordimer. La popolazione più misera esprime qualcosa di sordido, di violento, quando si scatena può spazzare via tutto, ma solo per poco e senza capacità di gestione alternativa. Speculare al potere, sembra fatta per Naipaul di questo romanzo, della stessa pasta. Del passato di schiavitù restano ancora delle tracce, schiavi mascherati da servitori, o servi come quello che sta con Salim e che si sente onorato di stare con un benestante, e sotto la sua protezione di vivere di luce riflessa. Una visione cupa, senza uscita, senza prospettive. Se poco condivisibile sul piano politico, straordinaria nella resa narrativamente. Una parte di verità sull’Africa degli anni Sessanta e Settanta comunque c’è, dal punto di vista peculiare degli indiani nati nel continente, espresso da uno scrittore di mentalità conservatrice. Non certo da quello di quegli africani che credono in una possibile alternativa da costruire. Resta la grande capacità di Naipaul di mostrare l’interiorità di personaggi – pensieri, percezioni, angosce, desideri – come impasto di elementi squisitamente individuali e insieme risultato di sconquassi sociali.

L’autore

V.S. Naipaul, uno dei più importanti scrittori del secondo Novecento, attivo tuttora, premio Nobel nel 2001, ha prodotto una grande quantità sia di romanzi che di saggi.

Sull’ansa del fiume è una delle sue grandi narrazioni ambientate in Africa, e si colloca a metà della sua opera. Venne pubblicato infatti nel 1979.

Uscito pochi anni dopo in una prima traduzione italiana da Rizzoli con il titolo Alla curva del fiume, ora con una nuova traduzione, quella di Valeria Gattei, è proposto dalla casa editrice Adelphi che sta pubblicando tutti i libri di narrativa dello scrittore. Naipaul, come è risaputo, è nato nell’isola caraibica di Trinidad, dove il nonno indiano di casta braminica era emigrato e aveva lavorato nelle piantagioni di canna da zucchero. Suo padre, diventato giornalista al Trinidad Guardian, fece sì che il figlio potesse studiare a Oxford in Inghilterra, dove poi è rimasto a vivere tanto da essere considerato uno scrittore naturalizzato britannico.

Ma le sue origini indiane hanno improntato gran parte dell’opera.

 

V.S. Naipaul

Sull’ansa del fiume

traduzione di Valeria Gattei

Adelphi

327 pagine 26 euro

Aggiornato martedì 15 dicembre 2015 ore 18:38
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