nuove supermultinazionali

DowDuPont, i padroni del seme

sabato 12 dicembre 2015 ore 06:45

Dai tempi antichi le piante hanno sempre prodotto semi che davano vita a nuove piante e a nuovi semi. Poi le industrie , dalla metà del secolo scorso, hanno cominciato a sostenere e quindi a decidere che alcune di queste essenziali fonti della vita non appartenevano più ai contadini.

Da allora, con le grandi produzioni di massa, i cambiamenti sono stati epocali. E oggi la concentrazione nelle mani dei “ padroni del seme “, di poche multinazionali , è diventata crescente, tanto da condizionare sempre di più i governi, l’ambiente , l’agricoltura e la vita delle persone.

L’ultima mega fusione è quella tra i due colossi americani Dow Chemical e Du Pont. Nasce una delle più grandi società del settore chimico, per un valore di 130 miliardi di dollari (118 miliardi di euro) .

L’operazione di fusione avverrà tramite lo scambio di azioni, senza denaro contante. Gli azionisti delle due attuali aziende possiederanno in parti uguali la nuova società, che si chiamerà DowDuPont. Un accordo che ridisegna la mappa del potere chimico e agrario.

La spinta finale alla fusione è arrivata dalla bassa crescita mondiale, ampia liquidità societaria e la necessità di ridurre i costi, di tagliare le attività meno redditizie e il personale. Du Pont annuncia il licenziamento del 10 per cento del personale, come scrive anche la BBC.

Ora la fusione dovrà passare l’esame dell’organismo Antitrust degli Stati Uniti, la Federal Trade Commission (FTC).

Intanto il Wall Street Journal valuta che il nuovo gruppo venderebbe il 17 per cento dei pesticidi del mondo mentre , secondo la banca d’affari Morgan Stanley , diventerebbe il terzo più grande fornitore di prodotti chimici. Inoltre controllerebbe il 41 per cento del commercio nei soli Stati Uniti dei semi di mais, e il 38 per cento del mercato della soia.

La Dow Chemical ha molti scheletri nell’armadio: fino al 1975 produceva il plutonio per le bombe nucleari del Pentagono e da un suo impianto, fuoriuscirono delle particelle radioattive che inquinarono l’atmosfera. Durante la guerra del Vietnam forniva il napalm per le bombe sganciate dai bombardieri B-52. E nel 1984 ci fu il grande disastro di Bhopal, in India, dove un incendio nella fabbrica di pesticidi causò la morte di migliaia di persone. Greenpeace , nel 2014 a Davos (città svizzera, dove si tiene annualmente il vertice dei potenti del mondo) , ha nuovamente messo sotto accusa Dow Chemical perchè “a trenta anni dalla catastrofe chimica di Bhopal continua a rifiutare di assumersi fino in fondo le proprie responsabilità”.

Dow Chemical, dall’inizio del 2000, ha cominciato ad abbandonare alcune delle produzioni più pericolose per puntare progressivamente su attività più sofisticate della cosiddetta “chimica verde” , con maggiori margini di guadagno e a più basso impatto ambientale.

Anche il gruppo Du Pont ha violato le leggi ambientali. Nel 2014 ha subito una pesante multa , quasi due miliardi di dollari. Cifra concordata tra l’Environmental Protection Agency (EPA, l’agenzia per la tutela dell’ambiente negli Stati Uniti) e il gruppo chimico, accusato di aver violato le norme relative ai pesticidi, fungicidi e diserbanti..

La fusione tra Dow Chemical e Du Pont riporta in primo piano un tema cruciale e preoccupante: circa il 90 per cento dei semi è in mano a poche multinazionali che sono anche leader nell’agrochimica, quindi della produzione di pesticidi ed erbicidi . In sostanza detengono di fatto il monopolio delle sementi, il controllo della produzione alimentare e dei prezzi.

L’ultimo rapporto del 2014 dei Verdi – ambientalisti , raccolti nel Greens European Free Alliance del Parlamento europeo, ha denunciato che questa concentrazione di potere delle multinazionali ha un impatto negativo sugli agricoltori, la biodiversità e la sicurezza alimentare.

La stessa organizzazione dell’Onu, la Fao (Food and Agriculture Organization of the United Nations) ha sostenuto che le varietà di cereali coltivate si stanno omologando, con una perdita del 75 per cento della biodiversità.

Il rischio – sostengono gli ambientalisti – è che se il monopolio sui semi si concentrerà sempre di più nelle mani di poche multinazionali, il mercato finirà per essere pieno solo di varietà sementiere standardizzate e sempre più geneticamente modificate (gli Ogm, sui quali c’è da tempo un acceso e contrastato dibattito, tra favorevoli e contrari)

Un contesto a cui si aggiunge la questione dell’estensione dei brevetti in mano alle multinazionali , che permetterebbe a pochi gruppi grandi industriali e finanziari di estendere ancora di più il controllo della catena alimentare- denunciano i Verdi– a partire dalla decisione sul cosa e come coltivare, per finire ai prezzi da stabilire sui mercati.

Aggiornato sabato 12 dicembre 2015 ore 12:46
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