Israele

Ran Baratz, portavoce di polemiche

giovedì 05 novembre 2015 ore 19:36

Doveva migliorare l’immagine del governo israeliano nel mondo.

In realtà, la nomina di Ran Baratz a direttore della comunicazione e portavoce di Benjamin Netanyahu sta suscitando un’ondata di polemiche che non sembra fatta per facilitare la comunicazione tra Israele e il mondo.

Ran Baratz, 42 anni, ha un Ph.D in filosofia, ha fondato MIDA, un sito conosciuto per la sua ideologia neoconservatrice e libertarian, vive in una colonia in Cisgiordania. In un post su Facebook, la settimana scorsa, ha dileggiato il presidente israeliano Reuven Rivlin, figura largamente simbolica ma molto rispettata nel paese, per la sua abitudine di viaggiare in classe economica, quando prende l’aereo.

“E’ del tutto marginale”, quindi non ci sono preoccupazioni per la sua sicurezza, ha scritto Baratz, aggiungendo che Rivlin “potrebbe essere paracadutato in Siria”, dove lo Stato Islamico sarebbe pronto a ritirarsi se solo Israele si riprendesse Rivlin.

Sempre Facebook ha ospitato altri giudizi piuttosto controversi di Baratz. Dopo il discorso di Netanyahu al Congresso americano, lo scorso marzo – quando il primo ministro israeliano aveva cercato di convincere l’America a non stipulare l’accordo sul nucleare con l’Iran – Baratz scrisse che l’atteggiamento di Barack Obama “rappresenta il moderno antisemitismo dei Paesi liberali”.

Obama aveva condannato il “ripetuto veleno antisemita” dell’Iran, ma aveva anche detto che non c’erano alternative a un accordo.

L’obiettivo polemico privilegiato di Baratz è comunque John Kerry, responsabile della politica estera americana. Sul suo sito, MIDA, che vole offrire informazioni e punti di vista “non scontati”, Baratz ha definito “comiche” le dichiarazioni fatte da Kerry in occasione dell’inizio del Ramadan, equiparandole a quelle di una persona “con il livello mentale di un dodicenne”.

Dopo la nomina di Baratz a responsabile della comunicazione di Netanyahu, molti media israeliani sono comunque andati a scavare anche più a fondo. E hanno trovato che nel 2004 Baratz, che non è religioso, scrisse della speranza di “costruire un Terzo Tempio”. Proprio le tensioni attorno al Monte del Tempio, o Spianata delle Moschee, hanno contribuito al riesplodere degli scontri tra forze israeliane e palestinesi.

Baratz è stato nominato da Netanyah soltanto mercoledì. Dopo un primo, timido tentativo di difendere il nuovo responsabile della comunicazione, e di fronte alle proteste ferme che sono arrivate da Washington, il governo israeliano ha promesso di “riconsiderare la nomina di Baratz”. La settimana prossima Netanyahu è in visita a Washington; il dossier tra Gerusalemme e l’amministrazione americana appare già affollato di problemi e incomprensioni e non sembra opportuno aggiungerne altri.

Baratz, da parte sua, è ricorso ancora una volta a Facebook per scusarsi per i “commenti malevoli” e per non aver informato il primo ministro Netanyahu di quanto aveva scritto nel passato. Baratz ha cercato di giustificarsi, spiegando che si tratta di cose scritte “in modo frivolo, divertito, in un tono adatto a un social network”. La sua sorte, secondo fonti vicine al governo israeliano, dovrebbe essere comunque decisa.

Al ritorno da Washington, Netanyahu revocherà la sua nomina.

In Israele la vera questione, per molti, è però un’altra. E cioè: come un polemista di destra, autore di attacchi così decisi, espliciti, incondizionati all’establishment israeliano e internazionale, possa essere stato designato per un ruolo così delicato, di comunicazione, soprattutto con la stampa internazionale.

Secondo alcuni, la nomina è il segnale della cecità del primo ministro di fronte al progressivo isolamento internazionale del suo Paese. Del resto, di recente, lo stesso Netanyahu è stato protagonista di uscite clamorose, che lui stesso, poco dopo, ha dovuto rettificare. Per esempio, quella secondo cui il Mufti di Gerusalemme, e non Hitler, sarebbe il vero responsabile della soluzione finale.

Secondo altri, per esempio Mitchell Barak, consulente politico, le mosse di Netanyahu hanno invece uno scopo e un senso deliberati. Servirebbero a mostrare al mondo che lui e il suo governo non deflettono, non tengono in grande considerazione le critiche della comunità internazionale, hanno scelto di mettere ormai completamente da parte l’ipotesi di creazione di uno Stato palestinese.

In questo senso andrebbero due recenti decisioni del gabinetto di Netanyahu – e cioè la nomina di un ambasciatore all’ONU e di un vice-ministro degli esteri esplicitamente contrari alla soluzione dei due Stati -; oltre che la scelta di Ran Baratz, versione “accademica” di Netanyahu, come responsabile della comunicazione.

Aggiornato venerdì 06 novembre 2015 ore 09:52
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