INSEGNARE IN CARCERE

Quando la scuola è una galera. O viceversa

giovedì 26 novembre 2015 ore 16:09

Marco Rovaris è un insegnante. Ed è, a suo modo, un Pioniere. Non si è inventato un lavoro, non in senso stretto. È un Pioniere però perchè ha accettato un posto che nessuno voleva, scalando le graduatorie dei docenti possibili ed arrivando ad essere riconfermato fino all’anno prossimo. Alla scuola del carcere di Bergamo.

Marco ha saputo del posto libero e ha provato a chiamare, senza troppe speranze, l’ultimo giorno in cui era possibile candidarsi. Il mattino dopo, alle 8 e mezza, era già in giro per i corridoi, fra cancelli elettrici e metal detector, a cercare di capire come funziona quell’ambiente così diverso e quasi sempre descritto con non poche esagerazioni. Il motivo per cui nessuno ha voluto quella cattedra è molto semplice, la paura. Paura di un ambiente ostile, a contatto con studenti decisamente fuori dal comune. Ma come dice Marco il privarsi del pregiudizio, del concetto di noi e loro è il primo passo da fare per lavorare in un ambiente del genere. “È un caso che loro siano dentro e io sia fuori […] per uno sbaglio fatto chiunque di noi potrebbe essere finito dentro“. Un percorso didattico che ovviamente non può prescindere dal contesto, con classi molto piccole, a volte scarso materiale e studenti molto attenti e motivati.

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Aggiornato lunedì 30 novembre 2015 ore 12:25
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