Putin e Erdogan ad Ankar, nel dicembre 2014
L'analisi

Putin: “La Turchia appoggia il terrorismo”

mercoledì 25 novembre 2015 ore 00:15

Pochi giorni fa abbiamo raccontato l’alleanza obbligata tra Putin e l’occidente nella guerra all’ISIS. Dopo l’abbattimento dell’aereo russo nel Sinai e gli attentati di Parigi, Russia, Europa e Stati Uniti, e in misura minore anche alcuni paesi arabi, hanno tutti un nemico comune, lo Stato Islamico.

L’abbattimento di un caccia russo oggi, al confine tra Siria e Turchia, mostra però la fragilità di questa grande coalizione internazionale e soprattutto conferma come ognuno continui a perseguire anche altri obiettivi, spesso in conflitto con quelli dei suoi presunti alleati. La Russia vuole rafforzare a tutti i costi il regime siriano, la Francia invita gli alleati a lasciar da parte le differenze sul futuro della Siria e a puntare tutto sulla battaglia allo Stato Islamico, gli Stati Uniti chiedono a Mosca di non colpire più i ribelli siriani che combattono Assad.

La reazione di Vladimir Putin all’abbattimento di un caccia russo nel nord della Siria da parte della Turchia è stata furiosa. Il capo del cremlino ha accusato Ankara di essere complice dell’ISIS e ha detto che ci saranno gravi conseguenze nelle relazioni tra i due paesi.

La situazione nel nord della Siria è estremamente complessa. Ci sono tanti attori in una zona di territorio relativamente piccola e per di più le alleanze sono spesso incrociate e variabili: i nemici del regime non sono sempre alleati dell’opposizione e viceversa. In questo quadro quanto successo oggi non deve stupire, anche perché in fondo Russia e Turchia appoggiano fazioni opposte nel conflitto siriano. La Turchia aveva avvisato più volte la Russia di non avvicinarsi al suo confine e poi la zona interessata è una sottilissima lingua di terra turca circondata da territorio siriano tra le province di Idlib e Lattakia, nel nord-ovest del paese, non lontano dalla costa mediterranea.

La crisi, però, è seria. Un membro della NATO non sparava su un aereo russo dai tempi della Guerra fredda. Il ministro degli esteri di Mosca, Sergjei Lavrov, ha cancellato la sua imminente visita in Turchia, il principale tour operator russo ha congelato tutti i viaggi nel Paese, il governo ha invitato i suoi cittadini a non visitare più la Turchia, in quanto ad alto rischio terrorismo. Adesso ci dobbiamo aspettare qualcosa di più?

Un analista molto vicino al Cremlino, che ha chiesto di rimanere anonimo vista la dalicatezza della situazione, ci fa capire come sia difficile fare delle previsioni: “Sinceramente speriamo di arrivare indenni alla fine di questa settimana, si prospetta molto complessa. Le parole di Putin hanno stupito anche noi. In sostanza ha messo la Turchia e il terrorismo internazionale sullo stesso piano. A questo punto non vedo come gli altri membri della NATO possano rifiutare la richiesta turca di una no-fly zone nel nord della Siria”.

Al momento, comunque, la Russia, starebbe aspettando la prossima mossa dell’Occidente: “La NATO – ci spiega la nostra fonte a Mosca – potrebbe chiedere alle parti di abbassare i toni e di collaborare. Questa sarebbe l’opzione migliore. Ma potrebbe anche decidere una no-fly zone nel nord della Siria oppure il blocco marittimo del paese. Gli Stati Uniti hanno la forza militare per farlo. In questo caso noi avremmo due possibilità. Alzare ulteriormente il livello del conflitto, oppure ritirare la nostra aviazione dalla Siria, limitando al minimo le nostre operazioni militari”.

Questa storia mette a nudo per l’ennesima volta anche le tante contraddizioni della guerra siriana. Ne citiamo solo due. La prima. Mosca ha detto che il caccia abbattuto dai turchi stava per colpire i terroristi dell’ISIS, ma nel nord-ovest della Siria non c’è lo Stato Islamico. Ci sono diverse milizie, alcune anche islamiste, che minacciano la roccaforte del regime di Assad e della comunità alawita, la costa merditerranea. Però lo Stato Islamico è molto distante, verso est. Ancora in questi giorni una nostra fonte dalla provincia di Idlib ci ha confermato che quella zona è stata colpita più volte dall’aviazione russa. La seconda contraddizione. La Turchia, comprensibilmente, sta controllando in maniera molto stretta lo spazio aereo, ma non ha mai fatto lo stesso con il confine di terra, da dove sono passati tutti, compresi i miliziani dello Stato Islamico.

È probabile che le parole di fuoco di Vladimir Putin siano state soprattutto a uso interno. La Russia ha giustificato l’intervento diretto in Siria con la necessità di sconfiggere gli estremisti islamici che potrebbero minacciare anche il Caucaso, quindi anche il suo territorio. Motivi di sicurezza. Ma per ora il Cremlino ha dovuto digerire più di duecento vittime civili (l’aereo russo abbattuto dall’ISIS sul Sinai egiziano).

È probabile che nonostante il tanto rumore di queste ore non ci saranno grosse conseguenze sul lungo periodo. Ma il conflitto siriano sta mettendo a rischio i rapporti tra i tanti paesi coinvolti. Da questo punto di vista il caso turco-siriano è perfetto. Nonostante i rapporti non siano mai stati semplici, dalla fine della guerra fredda Ankara e Mosca hanno sempre fatto affari, anche in maniera importante. Dalla Russia arriva il 20% dell’energia utilizzata in Turchia, e in Turchia dovrebbe arrivare il Turkstream, il gasdotto russo per l’Europa che vorrebbe evitare il passaggio dall’Ucraina. Quando abbiamo chiesto all’analista russo vicino al Cremlino che conseguenze ci saranno su questo fronte ci ha risposto così: “nessuna conseguenza, non abbiamo più relazioni con la Turchia”.

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