L'intervista

Molenbeek, il ghetto dei jihadisti

martedì 17 novembre 2015 ore 07:48

Il terrorismo dell’ Isis e i suoi giovani simpatizzanti. Visti da Molenbeek, quartiere di Bruxelles.

Non stiamo parlando di una banlieue o di una periferia ai margini della città.

Molenbeek è una zona relativamente centrale, a non più di 20 minuti di camminata dalla Grand Place, la piazza principale della capitale belga.

A Molenbeek hanno vissuto o sono passati diversi terroristi jihadisti. Una lista da far paura: nel 1995 Moleenbek aveva servito da quartiere generale al responsabile europeo del Gia algerino (gruppi Islamici armati). Da lì avrebbe assicurato una parte della logistica dell’attentato al RER Saint–Michel a Parigi (otto morti ).

Dahman Abd el-Sattar e Rachid Bouraoui hanno soggiornato a Molenbeek prima di uccidere in Afghanistan il comandante Massud, due giorni prima degli attentati dell’undici settembre a New York.

E poi ci sono Hassan el Haski, di origine marochina, membro del Qaeda,uno dei cervelli degli attentati della stazione di Atocha di Madrid ( 192 morti); Mehdi Nemmouche, il franco-algerino autore della strage al Museo ebraico di Bruxelles ( 4 morti); Abdelhamid Abaaoud, forse ucciso oggi a Saint Denis, presunto cervello degli attacchi di venerdi scorso a Parigi. Era il capo della cellula di Verviers (la cittadina belga a una ventina di chilometri da Liegi, dove in una sparatoria le forze speciali anti-terrorismo uccisero due sospetti jihadisti); Amedy Coulibaly, che ci ha comprato le armi per il massacro all’Hypercacher (il supermercato di Porte de Vincennes, a Parigi); Ayoub El Khazzani, l’autore della mancata strage sul treno Thalys Amsterdam-Parigi.

Ultimi, i kamikaze del Bataclan.

Osservare cosa sta accadendo e cosa è accaduto a Moleembek puo aiutare a capire, almeno in parte, come si è formata la generazione Isis. E perché ci sono aree di giovani che simpatizzano per le azioni di questi terroristi.

Ci ha aiutato Annalisa Gadaleta , assessora alla cultura di Molenbeek.

Annalisa, che appartiene a Ecolo, un partito ambientalista-progressista belga, vive le violente contraddizioni, la complessità, di questa area di Bruxelles, con 97 mila abitanti, concentrati in sei chilometri quadrati.

Le Monde la descrive cosi: “Ci sono tre Molenbeek : quella che costeggia i viali, dove i caseggiati di edifici lussuosi ospitano una borghesia media, quella delle villette, e quella povera del quartiere arabo”.

Annalisa parla con noi dal suo ufficio del Comune, la trincea dove si batte quotidianamente.

“La vera sfida per me è cambiare Moleenbek – dice – e soffro che il mio Comune, suo malgrado, si sia conquistato la nomea di cuore della jihad europea”.

Ci spieghi lei allora come stanno le cose, partiamo da cosa è Moleenbek.

“Intanto siamo il secondo comune più povero di tutto il Belgio, con una disoccupazione intorno al 40%, tantissimi i giovani, e con una serie di problemi a partire dalle case, spesso piccole e vecchie, mancanza di verde, di servizi. Un Comune con molte sfide. In un contesto cosi gli estremisti hanno buon gioco. Circa il 30 per cento degli abitanti è musulmano”.

Le Monde scrive: “l’elenco di persone che sono passate per Molenbeek prima di essere coinvolte in azioni terroristiche è impressionante”. Lei cosa dice?

Sì è vero, ma è un piccolo gruppo che però fa grossi danni alla nostra società. Il problema esiste e va affrontato.

Allora affrontiamolo : partiamo dalla presenza dei predicatori di odio salafiti . Questi predicatori hanno fatto un lavaggio del cervello a molti giovani ? Che influenza hanno?

Sì , qui come in altre città del Belgio, ci sono questi predicatori che fanno il lavaggio del cervello ai ragazzi e quindi poi, per loro, partire per la Siria è più facile. E poi c’è il fenomeno nuovo, più recente : alcuni giovani, con lo stesso lavaggio del cervello, non partono per la Siria ma restano qui, con idee radicali e violente. (Secondo le autorità belga, nonostante la zona di Molenbeek conti 22 moschee, i predicatori dell’odio ritenuti responsabili del reclutamento tra i giovani si riunirebbero in luoghi di preghiera clandestini, situati in case private, ndr ).

Quindi da parte di gruppi di giovani c’è simpatia, consenso, comunque non ostilità verso azioni terroristiche.

Sì, c’è un’ area di simpatia, quasi di comprensione, da parte di limitati gruppi di giovani per certi attentati. Lo abbiamo vissuto qui a Molenbeek ad esempio con l’attacco a Charlie Hebdo.

E cosa si può, si deve fare per sradicare la cultura da cui si alimenta il terrorismo dell’Isis, evitare che si crei consenso intorno a loro ?

Dobbiamo essere fermi e attenti e far capire a questi giovani che ci sono altri modi per solidarizzare con il popolo siriano, con la Palestina. Noi cerchiamo di promuovere il dialogo, il confronto.

In concreto?

Abbiamo creato un consiglio dei giovani di più di 16 anni, eletto democraticamente. Stiamo cercando di organizzare confronti tra palestinesi e le organizzazioni ebraiche per far capire, reciprocamente, come vivono entrambe le parti. Ragioniamo sulla Siria. Cerchiamo di spiegare che la democrazia si conquista. Che ci vuole il confronto. Un percorso che darà un risultato a lungo termine. Non ci sono scorciatoie. Ci stiamo lavorando.

Un compito più che difficile…

Sì, ma è nostro dovere farlo. Il problema è che ci vogliono i mezzi e con quelli che abbiamo….

A proposito di mezzi, siete aiutati dallo Stato ?

Siamo in una situazione di crisi, hanno tagliato i finanziamenti alla scuola, ai giovani, ai servizi. Invece bisogna investire perché sostenendo i giovani, la popolazione, il lavoro, potremo garantire il rispetto delle regole, la democrazia, togliere l’erba sotto i piedi di che vuole fare proselitismo per l’Isis. (I foreign fighters provenienti dall’Europa – secondo un’inchiesta della rivista Limes – sono soprattutto giovani musulmani immigrati di seconda o terza generazione che provano un forte senso di inadeguatezza spesso determinato dalla disoccupazione o dalla difficoltà a integrarsi. Questi individuano nel jihad uno strumento per fuggire dalla disperazione, una via per la realizzazione personale, ndr).

Gli islamici moderati cosa fanno ? Si muovono per contrastare questi violenti , oppure no?

In questi anni abbiamo fatto troppo poco per dare voce e rappresentanza agli islamici moderati. E’ urgentissimo dare più spazio, più potere a queste persone, nel campo sociale e politico. Sono tantissimi i musulmani qui, ( si stima il 30 %, ndr) e dobbiamo metterli nella condizione di farsi avanti per affermare che l’Islam è una religione pacifica. E anche loro devono impegnarsi a far sentire la loro voce contro i violenti.

Senta Annalisa che impatto ha avuto su di lei la strage di Parigi?

Dolore, sgomento…ma poi mi sono detta che io devo continuare, devo fare del mio meglio perché la situazione qui cambi, migliori, questo è il mio impegno oggi. E forse , un giorno, mi chiamerete dall’Italia e io potrò raccontarvi delle cose positive.

Speriamo davvero… Annalisa sorride, ci saluta . E’ una donna determinata, nella sua trincea del Comune di Molenbeek.

Aggiornato giovedì 03 dicembre 2015 ore 17:38
TAG