Mafia capitale

La guerra persa di Ignazio Marino

giovedì 05 novembre 2015 ore 02:12

Mafia capitale è il simbolo più esplosivo di Roma, oggi.

Ignazio Marino avrebbe voluto cavalcarlo per rilanciarsi. Era l’uomo che aveva affermato di essere il solo anticorpo possibile alla commistione tra potere politico e potere criminale. Invece su mafia capitale ha perso.

Marino immaginava di avere un’arma da usare contro le dimissioni imposte dall’alto: presentarsi alla prima udienza del processo “mafia capitale” indossando la fascia tricolore del sindaco. Pochi giorni prima dell’inizio del procedimento, Matteo Renzi lo ha sostituito con il prefetto Francesco Paolo Tronca, neo-commissario straordinario con l’aura di attore fondamentale nel successo di Expo 2015. Portato da Milano, città appena assunta a “capitale morale” dal capo dell’Autorità Anticorruzione, Raffaele Cantone.

Poche ore dopo l’operazione “Mondo di mezzo”, era il dicembre del 2014, un’era politico-geologica fa, Marino entrò nell’ufficio del Procuratore della Repubblica, Giuseppe Pignatone: “Sono andato dai magistrati a consegnare materiale che potrebbe rivelarsi utile per le indagini”. Sembrava che Roma dovesse tremare. Quasi un anno dopo Marino non è più sindaco. I 101 dirigenti e funzionari i cui nomi compaiono nella relazione del prefetto Marilisa Magno sulle infiltrazioni del malaffare sono ancora al loro posto.

“Marino non è entrato in sintonia con la città” lo ha liquidato Renzi. Una motivazione che elude una serie di domande importanti. Ma che contiene una verità. Il declino del sindaco è iniziato con la sua assenza per ferie durante l’estate delle inchieste, dei problemi amministrativi, dei funerali dei Casamonica. La Capitale in ostaggio. E il sindaco è rimasto negli Stati Uniti. I romani si sono sentiti feriti sul piano emotivo, sentimentale. Lo hanno percepito lontano. Indifferente. E non si sono dimenticati dell’assessore Daniele Ozzimo (Pd) prima indagato e poi arrestato, o del vicesindaco Luigi Nieri (Sel) i cui legami con Salvatore Buzzi sono riportati in un rapporto della Prefettura. I partiti erano delegittimati. Il sindaco avrebbe potuto diventare il simbolo della riscossa. Si è auto attribuito la funzione. Poi però è rimasto in vacanza.

Renzi ha usato molto meglio la strategia dei simboli. Non ha lasciato che Marino imponesse lo storytelling della città che sarebbe finita di nuovo nelle mani delle bande di affaristi, di politici, di criminali se lui se ne fosse andato. Non ha risposto alle accuse di essere assetato di potere. E nel giro di poche ore ha insediato al Campidoglio chi potrà incarnare, nella narrazione di Palazzo Chigi, il rispetto della legalità e la conoscenza di un modello di successo. Facendo dimenticare il “marziano”. Perchè i simboli contano. Sono fondamentali nella politica, soprattutto in Italia, soprattutto a Roma.

Aggiornato giovedì 05 novembre 2015 ore 19:28
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