Gli attentati di Parigi

ISIS: non è una guerra di religione

lunedì 16 novembre 2015 ore 19:35

Per quale motivo l’ISIS ha colpito nel cuore d’Europa? Qual è il legame tra Parigi e la guerra civile in Siria? Cosa vogliono da noi gli estremisti islamici? In questi giorni queste domande hanno risuonato in tutti i media del mondo.

L’ISIS è nato in Iraq, nelle carceri, anche per volontà dei vecchi generali di Saddam Hussein, cacciati dagli americani e allontanati dal governo sciita che prese il suo posto. Oggi alcuni di loro sono gli strateghi militari dello Stato Islamico. Poi è arrivata la bendizione di Al Qaeda (che in un secondo momento avrebbe formalmente disconosciuto l’ISIS) e la conquista della provincia occidentale di Anbar, verso il confine siriano. Una frontiera che poco dopo l’ISIS avrebbe cancellato. La guerra in Siria ha infatti offerto allo Stato Islamico la possibilità di espandersi. I miliziani dell’ISIS si sono presentati come alleati dei ribelli siriani, ma presto si sono messi a combattere proprio contro di loro, non contro l’esercito di Assad. Il loro obiettivo era politico, conquistare territorio.

La chiave politica vale ancora oggi. La guerra che l’ISIS sta facendo all’occidente non è una guerra di religione contro gli infedeli. Per capire qualcosa di più dell’ISIS ci siamo fatti aiutare da Bassam, un cittadino siriano di 26 anni, originario di Aleppo, che prima di trasferirsi nel sud della Turchia combatteva con l’Esercito Libero Siriano. Spesso contro lo Stato Islamico. Anche fuori dal campo di battaglia Bassam ha avuto diversi contatti con i miliziani del Califfato.

“L’ISIS – ci dice Bassam – ha sempre detto che tra i suoi obiettivi c’era anche l’Europa, quindi Parigi non ci deve stupire. Adesso c’è anche il continuo flusso di profughi siriani. Da una parte i paesi europei dovrebbero aprire il più possibile i loro confini, ma dall’altra è anche vero che con i rifugiati viaggiano i soldati di Assad, i membri delle milizie sciite che appoggiano il regime, e gli stessi miliziani dell’ISIS, che vogliono portare la guerra in Europa. Per questo credo che ci saranno altri attentati”.

Quindi l’ISIS vuole attaccare l’occidente. Ma per quale motivo? E qual è il grado di organizzazione dietro a questa strategia? “Per come li abbiamo conosiuti noi sul campo di battaglia – ci spiega Bassam – i soldati dell’ISIS eseguono ordini. Il gruppo ha una gerarchia molto rigida, non fanno il jihad, non attaccano gli infedeli, i non musulmani”.

L’estremismo islamico è una componente importante. Diversi testimoni ci hanno raccontato di aver visto entrare in Siria dalla Turchia miliziani stranieri che proclamavano l’intenzione di voler indrottinare i siriani, considerati degli infedeli, ma i fatti sembrano indicare che gli obiettivi siano altri. L’ISIS ha usato più volte la parola “liberazione”, per esempio riferendosi a Roma. “Ma adesso – ci fa notare Bassam – il loro unico obiettivo è arrivare in qualche modo in Europa. Non combattono contro chi uccide i cittadini siriani, come Assad, l’Iran, la Russia. Attaccano gli amici della Siria, vogliono spezzare il legame tra l’Europa e la rivoluzione siriana. E ovviamente vogliono punire l’Europa per la sua partecipazione ai raid aerei sul Califfato”.

Fin qui potremmo parlare di una risposta alle mosse dei governi europei. C’è però dell’altro. A poche ore dagli attentati di Parigi i servizi francesi hanno subito detto che la regia è stata esterna alla Francia. Altamente probabile. “L’ISIS vuole uscire dal suo territorio ed espandersi. A questo – ci racconta Bassam – servono i miliziani in Europa. Non più lontano perché in Europa si arriva molto più facilmente. Il problema è che i servizi non li possono identificare. I miliziani dell’ISIS – ci fa presente Bassam sulla base della sua esperienza – sono addestrati così bene che si possono mimetizzare in qualsiasi situazione. Possono fumare, bere alcool, tingersi i capelli seguendo le mode. Sono come tutti gli altri che gli stanno intorno in quel momento”.

Questi miliziani europei sono in qualche modo anche loro in prima linea, come ci racconta ancora Bassam. “Ci sono cellule in diversi paesi europei che aspettano ordini ben precisi. Le decisioni vengono prese dai vertici dello Stato Islamico. E sarà stato così anche per Parigi, probabilmente con il supporto di miliziani francesi che conoscono bene il loro paese. I punti deboli. Gli obiettivi più vulnerabili. La realizzazione pratica degli attentati viene gestita dalle cellule che si trovano sul posto, ma gli attacchi vengono decisi a Raqqa o a Mosul, e le direttive vengono trasmesse con messaggi criptati”.

Ovviamente l’ISIS è anche molto altro. Al suo interno ci sono criminali liberati dal regime siriano, combattenti che sono passati dai gruppi ribelli allo Stato Islamico perché volevano uno stipendio – fino a 1500 dollari al mese per gli stranieri, fino a 800 dollari per i siriani – miliziani stranieri che arrivano da altre zone del mondo, tantissimi dal Caucaso e dalle ex-repubbliche sovietiche. Ma sopra a tutto questo e a prescindere dalle vittorie e dalle sconfitte militari sul terreno c’è una rigida gerarchia e un progetto politico. Che non pare essere una guerra di religione.

Aggiornato martedì 17 novembre 2015 ore 18:23
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