La diga

Gibe 3, una maledizione per i contadini in Etiopia

martedì 10 novembre 2015 ore 00:12

Due Paesi, Etiopia e Kenya, accomunati dagli effetti devastanti di una diga: Gibe III.

Al centro della vicenda il fiume Omo e la sua portata d’acqua. Succede a monte, in Etiopia, dove il governo sta costruendo uno sbarramento in grado di fornire energia elettrica e assicurare l’irrigazione di vaste aree coltivabili.

La diga, realizzata dall’italiana Salini Costruttori- Impregilo, a pieno regime ridurrà le esondazioni che permettono alla popolazione locale di coltivare le terre alluvionali. Potenzialmente la diga permetterà di irrigare quasi 500 ettari di terreni destinati ad uso commerciale dal governo etiope.

Le prime piantagioni di cotone e canna da zucchero, si sono insediate nel 2011. Migliaia di persone sono già state sfrattate dalle loro terre. Tra le popolazioni indigene sradicate ci sono i Mursi.

Will Hurd, dell’Ong Cool Ground, ha vissuto con loro per 8 anni: “L’acqua e la terra sono tutto per loro – dice – insomma, vivono di questo . Senz’acqua, senza l’agricoltura alluvionale sulle sponde del fiume Omo, diventa molto più difficile sopravvivere. Senza l’accesso alla terra come potranno allevare il bestiame, avere il latte da dare ai bambini per una migliore alimentazione? L’adeguata nutrizione è uno dei problemi dell’Etiopia”.

I Mursi, fino ad ora, sono stati fortunati: non sono stati colpiti come altri gruppi, come i Bodi. Solo negli ultimi anni sono arrivati i grandi investimenti agricoli. “Adesso sono arrivati i bulldozer, i camion e le compagnie cinesi – continua Hurd -. Il governo etiope, infatti, per poter accedere alla terra, sta allontanando i Mursi. Vengono ricollocati in piccoli insediamenti, dove non è possibile allevare il bestiame e la terra non è abbastanza per poter coltivare i prodotti necessari al sostentamento. Tutta la loro vita sta cambiando”.

I Mursi possiedono una forma di democrazia diretta che permette agli iniziati, solo uomini, di prendere decisioni sul futuro della comunità. “E’ inconcepibile per loro – fa notare Will Hurd – una vita nei centri di ricollocamento, sotto il controllo delle regole restrittive del governo centrale. Preferirebbero morire che diventare servi di qualcuno “

Nel gennaio 2012, dopo diversi rapporti di denuncia delle violenze sulle popolazioni indigene, l’agenzia governativa statunitense USAid e la sua omonima britannica hanno organizzato una missione di verifica sul campo.

E’ da loro e dalla Banca Mondiale, infatti, che arrivano i maggiori finanziamenti per la costruzione della diga. Nove mesi dopo non era ancora stato reso pubblico l’esito della visita dei donatori. Ci sono volute altre due missioni, e la denuncia di Survival International, perché venissero resi pubblici i rapporti.

Le popolazioni locali non sono state consultate, i nuovi insediamenti non sono abitabili perché manca tutto. Will Hurd è stato mediatore durante la prima missione dei donatori e ha minacciato di rivelare le trascrizioni delle interviste realizzate se non fosse stato pubblicato un report: “Ho tradotto, per UsAid e per il dipartimento britannico per lo sviluppo internazionale, gli incontri con la popolazione dei Mursi e dei Bodi. Alla missione di verifica hanno raccontato di essere stati costretti ad accettare accordi per lo sviluppo di piantagioni nei loro territori. Gli incontri con la popolazione locale, organizzati dal governo, avvenivano in luoghi circondati dai militari. Come si può dire no a un progetto se si è circondati dall’esercito? Hanno raccontato di stupri perpetrati dai militari, di violenze. Il peggiore degli effetti, però, hanno detto a UsAid, è quello di essere stati esclusi dalla terra, necessaria al loro sostentamento. Questa è una seria violazione dei diritti umani: senza l’accesso alla terra e all’acqua come possono coltivare, sostentarsi, continuare a vivere?”

 

Aggiornato martedì 10 novembre 2015 ore 17:16
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