SHANGHAI, CHINA: Migrant workers carry goods in Shanghai, 26 February 2004. In its annual human rights report, the US State Department said hopes had risen that China would push forward "incremental" advances on its rights record that had been seen in 2002, but it concluded China's approach to rights had in fact regressed. AFP PHOTO/LIU Jin (Photo credit should read LIU JIN/AFP/Getty Images)
291 milioni nel 2020

Cina, sei milioni di nuovi immigranti interni all’anno

venerdì 13 novembre 2015 ore 19:08

Pechino - La popolazione migrante della Cina sta diventando più vecchia e continuerà a crescere nei prossimi anni, secondo un rapporto ufficiale. Alla fine dello scorso anno, il numero della “popolazione fluttuante” ha raggiunto quota 253 milioni, in aumento di 32 milioni rispetto al 2010, secondo la ricerca della Commissione nazionale che si occupa di sanità e pianificazione familiare. I migranti continueranno ad aumentare di circa sei milioni l’anno, per raggiungere i 291 milioni nel 2020. Di questi, 220 milioni si riverseranno dalle campagne alle aree urbane, 70 milioni si muoveranno invece da una città all’altra.

La storia delle migrazioni interne cinesi è di fatto la storia del boom degli ultimi trent’anni, perché è attraverso la riconversione dei terreni agricoli in industriali, prima, ed edificabili dopo, che Pechino ha potuto incamminarsi sulla via del progresso. L’altra faccia della medaglia è però rappresentata dagli espropri di terre, con la conseguente creazione di un’enorme massa di migranti rurali che sono diventati l’esercito industriale di riserva necessario allo sviluppo industriale: forza lavoro a basso costo che ha reso competitive le merci cinesi.

Oggi – dice il rapporto – i migranti continuano ad aumentare anche perché sempre più famiglie si portano in città gli anziani invece di lasciarli al villaggio. Si fa quindi più stringente il problema del welfare (sanità, pensioni) da allargare anche ai migranti, la cui età media invecchia.

L’anno scorso, il governo cinese ha emesso un disegno legge per riformare l’hukou, il sistema di residenza obbligatoria che lega welfare e servizi al luogo di residenza delle persone ed esclude quindi i migranti. Il progetto prevede una riforma graduale, come sempre in Cina per scongiurare scossoni che le autorità giudicano destabilizzanti. Si vuole evitare che la pura e semplice abolizione del sistema determini esodi di massa verso le regioni più ricche del Paese e il parallelo svuotamento di alcune aree più arretrate. Esistono inoltre due tipi di hukou, uno per le città e uno per le campagne, che creano di fatto due regimi paralleli. La Cina prevede quindi di unificare tali sistemi entro il 2020.

Probabilmente dovrà accelerare i tempi, perché questo afflusso di migranti rurali, sempre più anziani, mette a dura prova la sostenibilità dei servizi cittadini.

“Nei prossimi cinque anni, la popolazione si aggregherà sempre più nelle aree lungo i fiumi, le coste e le ferrovie”, scrive il China Daily. “Metropoli e megalopoli cresceranno ulteriormente con il continuo afflusso di migranti. Nel frattempo, gli scambi di popolazione tra le città diventeranno più intensi in parallelo alla politica di integrazione economica tra le diverse regioni della Cina”. È questa l’urbanizzazione che si prospetta, al di là delle pianificazioni centralizzate.

Un’altra ricerca ha rilevato intanto che oltre il 70 per cento dei minorenni autori di reati, sia nelle città sia nelle zone rurali, sono figli di migranti. Di questi, il 60 per cento non vive con i genitori e il 75 per cento ha abbandonato la scuola. In Cina ci sono 367 milioni di minori e, di questi, circa 100 milioni sono i cosiddetti “lasciati indietro” da genitori migranti che si spostano in città, abbandonandoli in campagna da soli o con i nonni; oppure sono bambini-migranti, senza residenza e quindi senza diritto all’istruzione, se non a pagamento. La Federazione delle Donne Cinesi ritiene che siano circa 2 milioni i bambini che, in tutta la Cina, vivono da soli.

Aggiornato mercoledì 02 dicembre 2015 ore 18:26
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