Scorie e truffa

Orzivecchi, chiesti sei anni per Locatelli

venerdì 23 ottobre 2015 ore 18:58

Truffa, frode in pubblica fornitura e traffico illecito di rifiuti. Sono i reati per i quali il pubblico ministero Silvia Bonardi ha chiesto la condanna di imprenditori e funzionari pubblici nel processo di Bergamo per le scorie smaltite sotto la tangenziale di Orzivecchi, nella bassa bresciana. Sei anni e tre mesi di carcere per l’imprenditore bergamasco Pierluca Locatelli, tre anni per la moglie, Orietta Rocca, e pene da tre a cinque anni per i dipendenti Andrea Fusco, Giovanni Battista Pagani, Bartolomeo Gregori e Angelo Suardi. Chiesti due anni di carcere anche per il funzionario della Provincia di Brescia, Bortolo Perugini.

Quella tangenziale è rimasta un’opera incompiuta, con le scorie di fonderia ancora affioranti tra i campi della bassa bresciana. I fatti risalgono al 2009 e 2010, e dalle intercettazioni di quell’indagine partì l’inchiesta, più ampia, sulle scorie smaltite sotto l’autostrada Brebemi, che portò all’arresto nel novembre 2011 dell’ex vicepresidente della regione Lombardia, Franco Nicoli Cristiani, e del dirigente dell’Agenzia regionale per la protezione dell’ambiente, Giuseppe Rotondaro. A Orzivecchi, secondo il pm, la truffa è stata accertata: quella strada doveva essere costruita con la ghiaia estratta da una cava, ma le imprese che si sono aggiudicate l’appalto – la Origini Srl, la Locatelli Geom. Gabriele Srl e la Teconfrese Srl riconducibili al gruppo Locatelli – hanno conferito scorie di fonderia fuori norma per i parametri della qualità tecnica dell’opera stradale e per quelli ambientali.

L’utilizzo delle scorie, contaminate da bario, cromo esavalente e fluoruri, sarebbe stato favorito da una variante in corso d’opera – il verbale di concordamento nuovi prezzi del 2 dicembre 2009 – firmata dal funzionario della Provincia di Brescia, Bortolo Perugini, imputato per truffa e frode. Gli scarti delle fonderie bresciane avrebbero dovuto essere prima trattate da Locatelli presso l’impianto di Biancinella, nella bergamasca, ma finivano direttamente in cantiere – secondo la ricostruzione del pm – o passavano nell’impianto solo per pochi minuti, il tempo di cambiare la bolla di trasporto.

I documenti di trasporto, ha spiegato il magistrato, “presentavano orari di tragitto del tutto incongruenti: autisti che nel giro di un minuto riuscivano ad essere in posti che distano 100 km”. Le condotte di imprenditori e funzionari avrebbero causato un danno, calcolato dalla Provincia di Brescia che si è costituita parte civile nel processo, di oltre 12 milioni di euro: “Il poco fatto era talmente pessimo che deve essere distrutto e rifatto di sana pianta – ha sottolineato il pm Bonardi nella sua requisitoria – così si buttano i soldi nel nostro Paese”.

Aggiornato martedì 01 dicembre 2015 ore 10:00
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