La guerra del Campidoglio

Perché Marino e il Pd hanno rotto

giovedì 29 ottobre 2015 ore 23:10

L’esperienza di Marino sindaco di Roma si conclude nel modo peggiore per tutti: lo scontro frontale senza possibilità di mediazioni. Una guerra che si gioca sull’immagine. Ancora di più: sui simboli. La fascia tricolore che Marino indossa è il più importante tra questi. Il prossimo 5 novembre inizierà il processo agli imputati dell’inchiesta Mafia capitale. Marino vorrebbe presentarsi in Tribunale portandola sopra la giacca.

Il Pd fa di tutto perché non accada. Marino affermerebbe, andando in quel tribunale, che lui è il baluardo contro i rapporti tra la mafia e la politica, di destra e di sinistra. Questo è l’argomento del Movimento 5 Stelle che sogna di prendere Roma. E da oggi è anche l’argomento di Marino. Il Pd vuole evitare di finire anch’esso, simbolicamente, su quel banco degli imputati. L’altro simbolo è il Campidoglio, il Senato romano. Marino vorrebbe inchiodare il suo ex partito a una discussione che facilmente potrebbe degenerare. Perché Marino ha fallito? Perché il Pd lo ha licenziato?

Non c’è mai stata fino in fondo chiarezza su questo. La vicenda degli scontrini non regge. Non ha mai retto. Gli stessi dirigenti del Pd romano hanno sempre ammesso, a microfoni spenti, che si trattava di un pretesto. In realtà, Marino ha fallito: dalla scorsa estate lui è diventato indifendibile. La rottura tra il sindaco e la città ha un momento preciso: il funerale del boss dei Casamonica, la città oltraggiata dal carro funebre del Padrino e dall’elicottero che gettava petali di rosa. E Marino era in vacanza negli Stati Uniti e non è tornato in città nonostante la polemica rovente e ci è anzi rimasto ancora a lungo.

A Roma, dice chi conosce bene l’anima della città, il capo deve esserci. Perché è, di nuovo, un simbolo. Il marziano, è stato definito Marino. Il “marziano a Roma” dal celebre testo di Ennio Flaiano, che arrivava accolto da tutti gli onori e dopo pochi mesi diventava un fenomeno da baraccone e poi finiva male, solo e spernacchiato da tutti.  E’ stata una narrazione sapiente creata dai suoi avversari. Ma contiene una verità che va oltre la città: Renzi è un leader che punta tanto sull’immagine. E un uomo così imprevedibile, indifferente alle trappole e agli attacchi, a Roma, non è gestibile. Ovviamente non è solo immagine fine a se stessa, è sostanza politica. Marino a Roma, così come Pisapia a Milano, sono sindaci  frutto di un’epoca politica che non esiste più: quella del Pd bersaniano, e del centrosinistra vecchio stile. Oggi siamo nell’epoca Renzi e di un Pd che vuole essere egemone e svincolato dalle formazioni alla sua sinistra. Renzi ha bisogno di sindaci funzionali alla propria politica. Pisapia a Milano ha finito il mandato e la successione è un travaglio; Marino a Roma era nel pieno della legislatura e la sua sostituzione è un dramma che rischia di diventare uno psicodramma.

Aggiornato venerdì 30 ottobre 2015 ore 17:00
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