ca. 1970 - 2000, China --- Poster Emphasizing China's One Child Policy --- Image by © Alain Le Garsmeur/CORBIS
Reportage da Pechino

La fine del “figlio unico”

venerdì 30 ottobre 2015 ore 08:05

Pechino - Nei giorni scorsi, ha fatto molto discutere la proposta di un professore di economiaXie Zuoshi – per risolvere il problema dei circa 30 milioni di maschi cinesi che nel 2020 non potranno sposarsi per pure ragioni statistiche: quelli più poveri dovrebbero condividere – dietro compenso si intende – la propria donna con qualche ricco scapolo.

Poliandria istituzionalizzata, dunque. Alla radice della brillante idea del professor Xie c’è il fatto che la politica di controllo delle nascite, introdotta in Cina nel 1979 e volgarmente detta “del figlio unico”, ha prodotto negli anni un surplus di maschi rispetto alle femmine, in un rapporto di 115 a 100.

In un contesto patriarcale, in cui la figlia femmina si trasferiva armi e bagagli nel clan dello sposo e privava quindi i genitori del proprio sostegno durante la vecchiaia, alcune famiglie praticavano infatti aborti selettivi per garantirsi la discendenza maschile. E se non provvedeva la famiglia stessa, entrava talvolta in gioco il solerte funzionario locale, il cui avanzamento di carriera era legato a quote da rispettare e che costringeva quindi le donne “troppo” prolifiche a interrompere la gravidanza, dando luogo a una ormai ampia casistica di violenze e tragedie umane.

I cinesi hanno sempre odiato la politica di controllo delle nascite. Ora il problema dovrebbe non porsi più, perché il plenum del Partito comunista cinese ha proclamato la fine della quarantennale politica “del figlio unico”, anche se non cancella del tutto il controllo delle nascite: ogni coppia cinese potrà ora avere due figli.

Si dice che Mao Zedong fosse un determinato natalista, convinto che la forza della Cina fosse la sua rendita demografica: “Le masse hanno sconfinato potere creativo”, diceva nel 1955, pochi anni dopo aver vinto una guerra civile grazie a un esercito “popolare” e pochi anni prima di lanciare l’industrializzazione “di massa” del Grande balzo in avanti.

In realtà, in un famoso discorso del 1957 – Sulla giusta soluzione delle contraddizioni tra il popolo – Mao manifesta già qualche dubbio: “Il nostro Paese ha così tanta gente – scrive nella versione originale – che non può essere paragonato a nessun altro. Sarebbe meglio ridurre le nascite. La riproduzione deve essere pianificata”.

In quell’epoca, il Grande Timoniere credeva che la popolazione cinese andasse contenuta entro il limite di 800 milioni di persone e definiva addirittura “anarchia” la procreazione senza freni. Un anno dopo, con il lancio del Grande balzo, cambiò di nuovo idea, convinto che la crescita industriale e quindi tecnologica potesse essere il prodotto di una vasta popolazione e, al contempo, la soluzione per rendere sostenibili oltre un miliardo di persone. Un circolo virtuoso, insomma.

Dopo il tragico fallimento dell’industrializzazione forzata, Mao ritornò ancora sui suoi passi. La campagna Wan Xi Shao (fare figli in età avanzata, a un intervallo più lungo tra uno e l’altro e soprattutto di meno) è sperimentata per la prima volta a Shanghai nel 1963. L’istituzione della Commissione per la Pianificazione delle Nascite è del 1964 e, in due colloqui con il giornalista statunitense Edgar Snow – 1965 e poi 1971 – il Grande Timoniere lamenta lo scarso uso di contraccettivi nella Cina rurale.

Varata ufficialmente nel 1979, a Mao morto e imbalsamato, la politica del figlio unico riprende di fatto le sue intuizioni sull’utilità dell’ingegneria sociale per porre sotto controllo un boom demografico che, secondo la narrativa corrente, avrebbe impedito la crescita economica. Si dice che se non fosse stata applicata, le bocche da sfamare sarebbero oggi circa 400 milioni in più, per un totale di oltre un miliardo e settecento milioni di cinesi. Paradossalmente, il modello “fabbrica del mondo” della Cina ha però avuto successo proprio grazie a quella rendita demografica – i grandi numeri – che dall’epoca delle riforme e aperture si è cercato di contenere: l’enorme esercito di riserva che ha reso il costo del lavoro basso e le merci cinesi competitive attirando al tempo stesso la delocalizzazione produttiva degli altri.

Sul piano empirico, il paradosso cinese “ne vogliamo pochi, ma intanto traiamo profitto dai tanti” ha dunque funzionato, anche se diversi voci dissenzienti escludono una correlazione tra boom economico e controllo delle nascite. È questo per esempio il caso del professor Cai Yong, che ha lavorato a lungo con l’Ufficio di Pianificazione Familiare della provincia del Jiangsu, secondo sui è lo sviluppo economico a determinare il calo delle nascite, senza bisogno di coercizione: “L’esempio da prendere è Taiwan – dice – dove nel 1963 il tasso di fecondità era di quasi sei figli per donna, mentre oggi è di poco più di uno”.

Anche nella Cina continentale la modernità ha portato nuovi costumi, soprattutto nelle metropoli, dove le nuove donne “in carriera” del ceto medio non sembrano più così ansiose, come lo erano invece le loro nonne, di corrispondere ai dettami confuciani e sfornare figli per garantire la continuità della discendenza. Di fatto, la politica del figlio unico non ha oggi più ragione di esistere. La rendita demografica si è esaurita, la popolazione invecchia e, non a caso, lo stesso plenum che dà il via libera ai due figli per coppia stabilisce anche l’estensione a tutti della pensione di vecchiaia.

Tuttavia, ci sono oggi un paio di generazioni di figli unici catapultati nella società cinese. Sono i balinhou e i jiulinhou (nati negli anni Ottanta e Novanta), già definiti “My generation” in quanto individualisti, apolitici, consumisti, proiettati verso il successo personale.La parola chiave è xiao huangdi, “piccolo imperatore”, cioè il frutto del cosiddetto 4-2-1, che non è uno schema calcistico bensì il rapporto parentale per cui tutte le speranze e le pressioni emotive di 4 nonni e 2 genitori si concentrano su un unico bambino. Bambino che oggi è un 30-40enne. Come tutti gli imperatori, lo xiao huangdi può poi essere un tipo in gamba o un disadattato cronico. In Cina, il primo estremo è ben rappresentato dagli haigui, cioè “rimpatriati” ma, grazie alle omofonie di cui è ricca la lingua, anche “tartarughe di mare”. Sono i milioni di giovani che vanno a studiare all’estero grazie ai soldi dell’intera famiglia e poi tornano a casa per tentare qualche attività di successo.

L’altra faccia della medaglia sono i fuerdai, gli odiatissimi rampolli di seconda generazione, quelli delle gare clandestine a bordo di Ferrari e Lamborghini in supremo spregio dei cinesi rimasti indietro nella corsa all’arricchimento. Poi magari si ammazzano stampandosi contro un ponte.

Gli xiao huangdi hanno avuto tutto: soldi e opportunità. Xiaojin è una di loro, ha quasi quarant’anni, è figlia di un funzionario del porto di Qingdao e ha studiato architettura in Svizzera e Francia, per poi tornare a lavorare in un grande studio legato all’Università di Pechino, dove è responsabile di un team. Si è comprata casa in uno dei nuovi compound del ceto medio, sul quinto anello nord delle circonvallazioni pechinesi, un appartamento su due livelli reso luminoso da una vetrata che riempie un’intera parete.

Quando si ferma un attimo e pensa alla sua vita trascorsa dice: “Mi sarebbe piaciuto avere un fratello”.

Aggiornato martedì 01 dicembre 2015 ore 11:06
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