Analisi

L’impatto del voto a destra sull’Europa

venerdì 23 ottobre 2015 ore 01:00

L’Europa ha la febbre: una febbre che porta l’affermazione delle destre anti europee, xenofobe e ultra conservatrici.

Questa settimana potrebbe accendere due importanti campanelli d’allarme. Uno è già scattato e, sebbene la Svizzera non faccia parte del’Unione europea, l’eco delle elezioni elvetiche è risuonata fino a Bruxelles. L’ultradestra del partito Udc, vittoriosa alle elezioni, di “centro” ha solo il nome. In realtà si tratta di un partito di estrema destra, sul modello del Front National francese. Non ha caso la sua leader Magdalene Blocher, è già stata soprannominata la “Le Pen svizzera”. Tra l’altro, anche lei è figlia dello storico fondatore del movimento, il magnate di Zurigo Cristoph Blocher. Tutta la campagna è stata giocata sulla paura dell’invasione di migranti, allo slogan: “Restiamo Liberi”. L’altro cavallo di battaglia dell’Udc è l’eurofobia. Tutto ciò che è “europeo” è visto con ostilità perché minaccia l’identità e l’autonomia della Confederazione, nella narrazione politica blocherista.

Domenica si vota in Polonia. E se la Svizzera è in fondo un piccolo paese, qui la partita è ben più pesante: con i suoi 38 milioni di abitanti, la Polonia è il sesto paese per popolazione tra i 28 dell’Unione europea. E’ l’unico a non aver conosciuto neppure un trimestre di recessione dopo il 2008. Dal 2007 l’economia è cresciuta di oltre il 30%. Eppure, la Polonia attraversa una trasformazione politica decisamente orientata a destra. Lo scorso maggio Andrzej Duda del partito ultraconservatore “Diritto e giustizia” è stato eletto presidente. Un segnale che domenica potrebbe materializzarsi in una vittoria del suo partito.

“Diritto e giustizia” ha posizioni euroscettiche, si oppone all’introduzione dell’Euro e auspica un rafforzamento del controllo statale sul sistema bancario nazionale. Parte del suo elettorato sposa una sorta di nazionalismo religioso e condivide varie teorie cospirazioniste con una forte diffidenza verso la Germania. Il no all’immigrazione è – come è facile immaginare – l’altro grande cavallo di battaglia del partito guidato anche in questo caso da una donna, Beata Szydlo. Le previsioni della vigilia lo danno vincente, con un risultato vicino al 40%.

Questi sono i sintomi del disagio europeo, che a Bruxelles conoscono bene. Ma la malattia è ben più seria e negli ultimi anni non è stato fatto nulla per evitarla. Anzi, l’Europa ha fatto tutto il possibile per aggravarla. Le due questioni principali, le due grandi sfide che l’Europa si è trovata ad affrontare, sono la crisi greca e l’emergenza migranti. In entrambi i casi abbiamo assistito a un’Europa incapace di una visione comune. Tanto da far pensare a una crisi profonda dello stesso modello di Unione europea così come l’abbiamo conosciuta finora.

In una situazione del genere il marketing politico della paura affonda come una lama nel burro. Sulla Grecia si è sbagliato tutto quanto era possibile sbagliare fin dall’inizio. Era una piccola cosa, è stata fatta diventare, per incapacità, più ancora che per cattiva volontà, un caso mondiale, una mina sotto le poltrone delle ovattate stanze di Bruxelles.

Il pallino alla fine lo ha avuto in mano la Germania, con un’assenza assordante delle istituzioni europee, in primis di quel parlamento che non riesce a incidere nelle partite decisive. Sull’immigrazione il fallimento dell’Europa è ancora più clamoroso, oltre che più drammatico. Si è riusciti nel capolavoro di dare la sensazione dell’invasione e nel contempo di sbarrare le strade a suon di muri.

Cosa ha fatto l’Unione europea per affrontare l’esodo di migliaia di esseri umani dalla guerra e dalla fame? Prima ha fatto finta di niente, addossando ai soli paesi mediterranei il peso dell’accoglienza, dietro lo scudo di norme palesemente inadeguate come quelle del Trattato di Dublino. Poi ha discusso per mesi di quote, baloccandosi con numeri ridicoli di fronte a un fenomeno epocale come quello in corso.

Alla fine l’Europa ha quantomeno accettato il principio della cooperazione, ma troppo tardi e troppo poco. Con il risultato di alimentare la sensazione di essere invasi di fronte a governanti incapaci di decidere. E’ stata Angela Merkel a dare quel segnale e quel senso di visione politica che all’Europa è mancato. Confermando la Germania paese guida, nel bene e nel male.

Dunque l’Europa ha mancato le più grandi sfide che le si sono presentate, dopo quelle della Moneta unica e dell’allargamento degli anni Novanta. Rispetto a quella stagione il fatto più evidente è che manca una capacità di leadership e di progetto a lungo termine. La Commissione guidata dal lussemburghese Juncker è debole. Non riesce mai a fare da contraltare europeo alle pressioni dei governi nazionali. Il Parlamento di Strasburgo, come dicevamo, è afono. Ed è ostaggio della grande coalizione tra Popolari e Socialisti, nata dopo le elezioni proprio per fronteggiare l’avanzata delle Destre euroscettiche. Un piano che dimostra la sua miopia: Strasburgo va avanti a compromessi per tenere insieme i due grandi partiti.

E invece gli euroscettici si sarebbero potuti meglio affrontare con una chiara direzione politica che la grande coalizione non può dare. Restano quindi i governi nazionali. E qui, nel Consiglio europeo, a contare sono i rapporti di forza, al momento dominati dalla Germania. Angela Merkel è la leadaer indiscussa. Hollande è troppo debole per avere voce in capitolo. Renzi appare poco interessato alla ribalta europea. Se in Europa a dominare sono i rapporti di forza fra i governi nazionali, una svolta a destra nelle capitali va guardata con grande attenzione. Soprattutto se si parla di destra euroscettica, quando non addirittura eurofobica.

Le elezioni di domenica prossima in Polonia potrebbero essere un nuovo, forte allarme per Bruxelles. A patto che qualcuno lo senta.

Aggiornato giovedì 03 dicembre 2015 ore 17:41
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